📽️ Durata: 2h01
📺 Disponibile su MUBI
Ci sono film che ti prendono per mano e ti portano dentro un mondo nuovo, e poi ci sono film che ti osservano da lontano, con pazienza, e aspettano che sia tu a entrare. Un Affare di Famiglia di Hirokazu Kore-eda è uno di questi.
Non è un film che ti impone risposte. Ti mostra vite, gesti, silenzi, e poi ti lascia lì, con mille domande e una strana malinconia addosso.
La Trama
Osamu e la sua famiglia vivono ai margini di Tokyo, in una casa minuscola e disordinata, facendo di tutto per sopravvivere. Il titolo originale, Shoplifters, già suggerisce uno degli elementi chiave: rubano nei negozi per andare avanti, con una routine che sembra quasi un gioco ben orchestrato.
Una sera, trovano una bambina sola al freddo e la portano a casa. Non è un gesto eroico, non c’è un grande discorso morale dietro. È un atto istintivo, un misto di pietà e necessità. Da quel momento, la loro vita cambia, ma non nel modo che ci aspetteremmo da una trama classica. Kore-eda non fa favole. Qui non c’è una “missione da compiere”, ma solo la quotidianità che si trasforma, piccoli gesti che costruiscono legami, e il mondo esterno che, inevitabilmente, prima o poi bussa alla porta
Stile e Regia: il minimalismo che dice tutto
La cosa affascinante di Kore-eda è che sembra non fare niente di speciale, eppure fa tutto benissimo. La sua regia è invisibile, lascia spazio ai personaggi, ai momenti di silenzio, ai dettagli che parlano più delle parole.
La fotografia è calda, quasi intima. Ci fa sentire la vicinanza dei corpi in una casa troppo piccola, il calore dei pasti condivisi, la tenerezza nei piccoli gesti. Non c’è musica invadente a guidare le emozioni. Ci sono solo i suoni della vita, il vento tra gli alberi, il rumore del mare in lontananza.
Un Affare di Famiglia mette in discussione l’idea stessa di famiglia. Se crescere un bambino con affetto e attenzione vale più della biologia, allora cosa rende qualcuno “madre” o “padre”? Se l’amore non basta a proteggere da un sistema più grande e crudele, cosa succede quando la realtà presenta il conto?
Kore-eda parla di chi è invisibile: lavoratori precari, anziani dimenticati, bambini abbandonati. È un film che ci mostra un lato del Giappone che raramente vediamo nei poster patinati di Tokyo scintillante.
La mia esperienza
Quando ho iniziato il film, pensavo di sapere dove mi avrebbe portato. Mi aspettavo un bel dramma umano, magari con qualche momento strappalacrime. Ma Kore-eda non fa ricatti emotivi. Ti affezioni ai personaggi senza accorgertene, perché il film non ti dice mai cosa devi provare.
E poi, all’improvviso, ti trovi lì, con una stretta allo stomaco. Non perché c’è una grande scena drammatica, ma perché, senza rendertene conto, sei entrato in quella casa, hai vissuto con loro. E quando le cose cambiano, lo senti sulla pelle.
Vale la pena?
Assolutamente sì. Un Affare di Famiglia è uno di quei film che restano con te, che ti fanno pensare anche giorni dopo averlo visto. È un film che sfida il nostro concetto di famiglia, di giusto e sbagliato, di amore e appartenenza.
Non è solo una storia di povertà o di crimine. È una storia di esseri umani che si trovano e cercano di costruire qualcosa insieme, anche quando il mondo non glielo permette.
Se vuoi un film che ti emozioni, che ti faccia riflettere e che magari ti lasci anche con qualche lacrima agli occhi, questo è quello giusto.
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