📚 Età di lettura: da 10 anni in su
Ci sono libri che intrattengono, altri che insegnano qualcosa. E poi ci sono quelli che riescono a fare entrambe le cose, come La leggenda dei tre bambini magici e del loro cane santo. Sulla carta è un libro per ragazzi, ma dentro ha strati su strati di significati che lo rendono avvincente anche per un adulto. So già che un giorno lo darò a mio figlio da leggere—perché certe storie non servono solo a passare il tempo, ma a guardare il mondo con uno sguardo un po’ più attento, un po’ più curioso.
La Trama
Siamo nel 1242, in una Francia divisa tra guerre sante, superstizioni e un controllo religioso opprimente. In questo contesto si intrecciano i destini di tre bambini molto diversi tra loro, ma accomunati da un’unica cosa: sono considerati pericolosi.
- Jeanne è una pastorella che ha visioni del futuro. Un dono? No, un pericolo. Le donne che vedono troppo spesso finiscono sul rogo.
- William è un giovane monaco dalla forza sovrumana. Nato da un cavaliere cristiano e una donna musulmana, si trova sospeso tra due mondi che si odiano, senza sentirsi davvero parte di nessuno.
- Jacob è un ragazzo ebreo con il potere di guarire le ferite. Ma nel Medioevo, essere ebreo è già di per sé una condanna. Quando la sua comunità viene distrutta dai cristiani, Jacob diventa un fuggitivo.
I tre si incontrano per caso e si trovano presto coinvolti in una missione più grande di loro. Devono sfuggire agli uomini del re Luigi IX (sì, proprio quello che diventerà San Luigi), il quale li considera una minaccia per l’ordine religioso e sociale. Mentre attraversano la Francia, scoprono che non stanno solo scappando: stanno sfidando le regole di un mondo che non vuole accettare il diverso.
E poi c’è Gwenforte, il quarto protagonista della storia. Un cane. O meglio, una cagna da caccia che viene ingiustamente uccisa dai padroni e poi canonizzata dalla gente del villaggio, che la venera come una santa. Il che, nel Medioevo, è un problema serio. Se un cane può essere un santo, allora chi decide cosa è sacro e cosa no?
Questa è la vera forza della storia: non è solo un’avventura, ma una riflessione su cosa significhi essere diversi in un mondo che ha paura del cambiamento. Jeanne, William e Jacob sono perseguitati non perché abbiano fatto qualcosa di male, ma perché esistono al di fuori delle categorie stabilite dalla società.
Lo stile di Gidwitz: tra ironia e brutalità
Adam Gidwitz non racconta questa storia come un classico romanzo fantasy. Lo fa con la voce di un cantastorie medievale, uno di quelli che intrattenevano le folle nelle piazze, mescolando leggenda e realtà, umorismo e tragedia. Il narratore interviene spesso, spiegando dettagli storici (a volte con sarcasmo, a volte con affetto) e ricordandoci che la storia non è mai così semplice come sembra.
Il tono cambia continuamente: ci sono momenti divertenti e scene di pura tensione, episodi di amicizia e momenti di orrore. La violenza non è edulcorata, perché il Medioevo non lo era. Ma allo stesso tempo, il libro non cade mai nel cinismo: c’è speranza, c’è bellezza, c’è la possibilità di un mondo diverso.
La mia esperienza di lettura
Quando ho iniziato il libro, pensavo fosse una semplice avventura per ragazzi. Poi mi sono reso conto che, tra le pagine, c’era una delle riflessioni più lucide e intelligenti su religione, diversità e potere che abbia mai trovato in un romanzo destinato a giovani lettori.
Mi sono affezionato subito ai tre protagonisti: Jeanne, con il suo coraggio testardo; William, che lotta con la sua identità e la sua forza; Jacob, che vuole solo un posto dove essere al sicuro. E Gwenforte? Beh, Gwenforte è un’icona.
Ma il vero colpo allo stomaco arriva quando ti rendi conto che, sebbene la storia sia ambientata nel 1242, parla ancora di oggi. L’intolleranza non è scomparsa. La paura del diverso non è svanita. Il potere continua a decidere chi può essere accettato e chi no.
E allora, la domanda che resta è questa: il mondo cambia davvero, o cambia solo la forma delle sue ingiustizie?
Vale la pena leggerlo?
Se ami le storie che fanno pensare, la risposta è sì. È un libro che parla ai ragazzi senza trattarli come bambini, e che parla agli adulti senza perderne l’attenzione.





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