📺 Disponibile su Prime Video
📽️ 2 stagioni | 6 episodi ciascuna
Dopo Storia della mia famiglia non avevo voglia di niente di troppo intenso. Avevo bisogno di qualcosa che mi tenesse compagnia senza chiedere troppo in cambio. E Fleabag era lì da un po’, salvata tra le “cose da vedere quando sarò pronta”. Non sapevo bene cosa aspettarmi, solo che durava poco, che era ironica, diversa, scritta da Phoebe Waller-Bridge. L’ho messa su una sera, un po’ per curiosità, un po’ per stanchezza. E mi sono ritrovata dentro qualcosa che non somiglia a nessun’altra serie.
La trama
Fleabag racconta la vita di una giovane donna londinese che sta cercando di rimettere insieme i pezzi dopo una perdita importante. Vive da sola, gestisce un piccolo caffè semi-deserto, ha una famiglia che definire complicata è poco e relazioni affettive che oscillano tra il disastro e il desiderio di essere vista. È intelligente, caustica, spesso autodistruttiva, e usa l’ironia come scudo per tutto quello che non riesce a dire.
La storia si sviluppa in modo molto quotidiano: piccoli eventi, incontri imbarazzanti, conversazioni familiari tese, momenti di crisi personale. Non c’è una grande trama lineare, ma piuttosto un insieme di scene che, messe insieme, rivelano un ritratto profondamente umano di una donna che non sa bene come si fa a stare al mondo, ma prova lo stesso.
Nel corso delle due stagioni, vediamo evolversi le sue relazioni — con la sorella, con il padre, con una matrigna improbabile, con il sesso, con il dolore, con se stessa. Ogni personaggio che ruota intorno a lei ha un ruolo preciso, anche quando sembra marginale. E proprio grazie a questa rete di relazioni imperfette ma vere, Fleabag riesce a raccontare molto più di quello che sembra.
È una storia che parla di solitudine, di intimità, di vergogna, ma anche di desiderio e ricerca di senso. Non c’è un grande mistero da risolvere, nessun colpo di scena da thriller. Ma ogni episodio lascia qualcosa che resta. Una frase, uno sguardo, un silenzio pieno di cose che nessuno sa dire.
La protagonista e lo sguardo in camera
La protagonista, di cui non sappiamo nemmeno il nome, parla direttamente alla camera. Ma non come in certe serie dove rompere la quarta parete è solo una trovata stilistica. Qui è diverso. Lei ti guarda davvero. Ti prende dentro. Ti fa sentire complice di tutto, anche delle cose più assurde, più sbagliate, più umane. È come se fosse un dialogo privato tra lei e te, e più lo fa, più ti rendi conto che quel modo di raccontarsi è anche una forma di difesa. Una distanza. Una maschera.
Prima e seconda stagione
La prima stagione è rapida, sarcastica, tagliente. Ti lancia addosso situazioni, battute, dolore mascherato. Ti fa ridere spesso, ma non sempre con leggerezza. La seconda cambia tono. È più lenta, più sottile, più adulta. Lo stesso meccanismo narrativo diventa più emotivo. La serie si trasforma senza cambiare struttura, e riesce a toccare qualcosa di molto profondo senza diventare mai melodrammatica.
Cosa funziona
Quello che funziona è quasi tutto. La scrittura è intelligente, sincera, piena di piccoli dettagli che dicono molto con poco. La regia è sobria, lascia spazio alla storia. La performance di Phoebe Waller-Bridge è incredibile, capace di passare dal sarcasmo al vuoto in un secondo. E soprattutto, non ha paura di mostrare una protagonista imperfetta, a volte sgradevole, ma sempre autentica.
Un possibile limite
L’unico rischio, forse, è che se non entri nel suo ritmo, nel suo codice, potresti restare fuori. Non è una serie che ti prende per mano. Ti guarda. E aspetta. Ma se le dai fiducia, ti lascia qualcosa che resta. Non ci sarà una terza stagione, e va bene così. Alcune storie non devono continuare. Devono semplicemente finire al momento giusto.
La mia esperienza
Fleabag non cerca di insegnarti niente, ma alla fine ti trovi lì a pensare a quanto siamo bravi a inventare modi per non sentirci soli. E a volte, basta qualcuno che ti guardi dritto negli occhi. Anche se è da uno schermo.





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