Dopo le risate amare di Cecco Angiolieri e le eleganze convivali di Folgore da San Gimignano, mi trovo davanti a un bivio molto più radicale: da una parte la luce accecante di una città perfetta, dall’altra le fiamme di un abisso senza scampo. È qui che incontro frate Giacomino da Verona, che nel Duecento decise di raccontare ai suoi contemporanei cosa li aspettava dopo la morte, dividendo il mondo in due scenari opposti: la Gerusalemme celeste e la Babilonia infernale.
Il contesto
Siamo nella prima metà del XIII secolo, nel cuore del Veneto e della spiritualità francescana. Mentre nelle piazze di Firenze si giocava con il comico-realista, qui la poesia volgare prendeva una piega didattica e religiosa: non per divertire, ma per educare, scuotere, mettere paura se necessario. La gente viveva con la morte molto più vicina di quanto immaginiamo oggi, e il giudizio divino era un pensiero costante.
Il libro
Il poemetto di Giacomino è diviso in due parti speculari:
- De Ierusalem celesti: la città paradisiaca, un luogo di pace e armonia, dove i giusti trovano finalmente riposo.
- De Babilonia civitate infernali: l’opposto assoluto, una Babilonia corrotta che diventa simbolo dell’inferno, piena di supplizi e dolore eterno.
Non è solo teologia: è immaginazione visiva, descrizioni forti, quadri che colpiscono come affreschi medievali. Non a caso, Dante avrà letto queste pagine e se ne porterà dietro l’eco nella Divina Commedia.
Stile e temi
Il cuore del libro è il contrasto tra due città: una perfetta e luminosa, l’altra maledetta e tenebrosa. Da un lato il sogno di comunità armoniosa, dall’altro lo specchio della paura del peccato e della punizione. La lingua è semplice, diretta, pensata per chi ascoltava nelle piazze e nei conventi. È poesia che non si chiude nei libri, ma che voleva arrivare alle persone comuni, far loro sentire la concretezza dell’aldilà.
Il movimento letterario
Giacomino appartiene a quella vena del nord Italia in cui la poesia volgare era soprattutto morale e didattica. Accanto a Uguccione da Lodi, rappresenta la scelta di usare la letteratura non per intrattenere, ma per guidare le coscienze, a volte con durezza. È l’altra faccia del Duecento letterario: meno lirismo amoroso, più predicazione poetica.
Curiosità storiche
- Giacomino era frate minore francescano, immerso in un contesto di predicazione popolare.
- Scrive in dialetto veronese, dimostrando che la poesia poteva nascere anche fuori dal toscano “ufficiale”.
- Il suo immaginario duale — città del bene e città del male — prefigura moltissimi passaggi della Divina Commedia.
Perché leggerlo oggi
Perché Gerusalemme celeste e Babilonia infernale non sono solo visioni religiose, ma due immagini che ci parlano ancora: da una parte il sogno di una comunità giusta, solidale, capace di vivere in equilibrio; dall’altra la caricatura di un sistema corrotto, diseguale, dove pochi godono e molti soffrono. Giacomino forse voleva educare con la paura, ma noi possiamo leggere la sua opera come un invito a scegliere da che parte stare: costruire città che includono, o rimanere intrappolati in Babilonie che bruciano.





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