Ho iniziato Ragazzo divora universo in uno di quei momenti in cui non avevo voglia di storie “forti” solo per il gusto di esserlo. Cercavo qualcosa che parlasse di disuguaglianze e violenza senza trasformarle in spettacolo, senza usare il trauma come leva emotiva facile. Mi interessava una serie che guardasse l’infanzia non come un luogo sacro o idealizzato, ma come uno spazio reale, attraversato da condizioni sociali molto concrete.

Il fatto che fosse una produzione australiana, lontana dai codici narrativi più standardizzati, e che fosse disponibile su Netflix, ha rafforzato la scelta. Volevo una serie che chiedesse attenzione, tempo, presenza. Non qualcosa da guardare mentre si controlla il telefono.

Il libro da cui è tratta

La serie è l’adattamento del romanzo Boy Swallows Universe di Trent Dalton, pubblicato nel 2018. Il libro è semi-autobiografico e ha avuto un impatto enorme in Australia, sia a livello di pubblico che di critica.

Nel romanzo, Dalton racconta l’infanzia di un ragazzo cresciuto a Brisbane negli anni Ottanta, in un contesto segnato da povertà, criminalità, carcere e instabilità familiare. La scrittura è fortemente legata alla memoria e all’osservazione, più che al giudizio morale. Questo approccio, fatto di attenzione e misura, viene in gran parte mantenuto nella serie.

L’adattamento televisivo resta fedele ai personaggi principali, agli eventi centrali e all’ambientazione, con aggiustamenti di ritmo inevitabili nel passaggio dal linguaggio letterario a quello seriale.

La trama (senza spoiler)

Ragazzo divora universo segue Eli Bell, un bambino che cresce in una famiglia fragile, con un padre assente, una madre coinvolta in una relazione pericolosa e un fratello maggiore con cui condivide un legame profondo.

La sua quotidianità è attraversata da violenza domestica, criminalità e da un contatto precoce con il sistema carcerario. Il desiderio di Eli di diventare giornalista non nasce come sogno idealizzato, ma come necessità di comprendere il mondo che lo circonda e dare un ordine a ciò che nessuno gli spiega. La serie accompagna il suo percorso di crescita mostrando come queste esperienze modellino lentamente la sua visione della realtà.

Regia e linguaggio cinematografico

La regia sceglie un approccio sobrio e trattenuto. La violenza non viene mai spettacolarizzata e la macchina da presa si colloca spesso all’altezza dello sguardo infantile. Non si tratta solo di una scelta estetica, ma narrativa. Il mondo ci viene mostrato così come Eli lo percepisce, con tutte le sue lacune, le sue incomprensioni e i suoi silenzi.

La serie lavora in modo coerente sul concetto di punto di vista, ricordandoci che lo sguardo cinematografico è sempre una posizione e mai una semplice registrazione neutra.

Stile visivo e ambientazione

Gli anni Ottanta non vengono raccontati con nostalgia. La direzione artistica evita il feticismo del retrò e costruisce ambienti segnati dall’usura, dalla precarietà e da una quotidianità spesso soffocante.

Questa scelta rafforza una lettura sociologica molto chiara. Il passato non è uguale per tutti e non tutte le infanzie hanno accesso alla stessa protezione, allo stesso margine di errore o allo stesso tipo di memoria.

Ragazzo divora universo offre una riflessione lucida su come classe sociale, violenza strutturale e assenza di sostegno istituzionale influenzino le traiettorie individuali.

Gli adulti non sono mostri né eroi, ma figure limitate, spesso intrappolate in un sistema che lascia poco spazio a scelte reali. La serie rifiuta l’idea della redenzione facile e del riscatto individuale come soluzione universale.

Punti di forza

  • Interpretazioni solide, soprattutto dei personaggi più giovani
  • Rispetto per il materiale letterario originale
  • Regia misurata e attenta ai silenzi
  • Trattamento della violenza privo di spettacolarizzazione
  • Ambientazione storica coerente e credibile

Punti deboli

  • Ritmo irregolare in alcuni episodi
  • Personaggi secondari meno approfonditi
  • Alcuni momenti simbolici leggermente esplicitati

Criticità presenti, ma non tali da compromettere la visione complessiva.

La mia esperienza di visione

Guardare Ragazzo divora universo è stato un processo lento, a tratti anche faticoso, ma sempre coinvolgente. Non è una serie da sottofondo né da binge distratto. Richiede attenzione, disponibilità emotiva e la capacità di restare nel disagio.

Alla fine, non ho avuto la sensazione di aver visto una storia chiusa, ma di aver accompagnato un percorso di crescita. Ed è probabilmente questo che resta di più.

A chi la consiglio

Consiglio Ragazzo divora universo a chi ama le serie di formazione, le trasposizioni letterarie rispettose e le narrazioni socialmente consapevoli, anche quando rinunciano a soluzioni rassicuranti.

È meno adatta a chi cerca evasione o ritmo serrato. È una serie che osserva, ascolta e lascia sedimentare. E proprio per questo continua a restare anche dopo i titoli di coda.

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