Sono arrivata a Il caso Berkowitz, che è su Netflix, in uno di quei momenti in cui il true crime smette di essere intrattenimento e diventa quasi una domanda aperta. Conoscevo già il caso, almeno nella sua versione più popolare, ma mi interessava capire cosa succede quando una serie decide di non rassicurare lo spettatore. Sapere che era composta da soli tre episodi, ciascuno di circa un’ora, ha contribuito alla scelta. Una durata contenuta, ma abbastanza lunga da permettere alle ossessioni di respirare.

La trama

La serie parte dagli omicidi attribuiti a David Berkowitz, il Son of Sam, ma sposta rapidamente il centro della narrazione sul giornalista Maury Terry. Più che raccontare i fatti in ordine cronologico, il documentario segue una ricerca che non trova mai una vera conclusione. È una storia che parla meno di un singolo criminale e più del bisogno collettivo di chiudere i casi, anche quando restano domande scomode sul tavolo.

Regia e stile

La regia costruisce un’atmosfera pesante, quasi soffocante, che riflette bene la New York degli anni Settanta. La città appare come uno spazio frammentato, instabile, sempre sul punto di cedere. Il montaggio segue questa logica, con continui salti temporali e narrativi. Non è una scelta accomodante, ma è coerente con il contenuto. La forma diventa parte del discorso, non solo un contenitore.

Ciò che colpisce è la centralità dello sguardo, la serie non finge di essere neutrale. Racconta i fatti attraverso l’ossessione di Maury Terry, e questo rende evidente come ogni narrazione sia una costruzione. La macchina da presa non cerca la verità definitiva, ma mette in scena il processo, con tutte le sue distorsioni. In questo senso, il documentario riflette molto su chi racconta e su come racconta.

C’è anche una dimensione sociale molto forte. La serie mostra quanto le istituzioni preferiscano soluzioni semplici, storie ordinate, un colpevole unico. Le domande che complicano il quadro diventano rapidamente un problema. Guardandola, viene spontaneo pensare a quante volte il bisogno di stabilità narrativa prevale sulla complessità dei fatti, soprattutto quando la complessità implicherebbe una responsabilità più ampia.

Punti di forza

Il punto di forza principale è il coraggio di non offrire risposte facili. La serie crea disagio, lascia spazio al dubbio e rifiuta la struttura classica del true crime risolutivo. L’uso dei materiali d’archivio è efficace e la scelta di raccontare la storia attraverso un’ossessione personale aggiunge una dimensione tragica e umana.

Limiti

Allo stesso tempo, in alcuni momenti la serie sembra avvicinarsi troppo a teorie che non hanno la stessa solidità delle domande che solleva. Il confine tra spirito critico e deriva paranoica non è sempre chiarissimo. Inoltre, le vittime restano spesso sullo sfondo, quasi assorbite dal labirinto investigativo.

La mia esperienza

Guardare Il caso Berkowitz non è stato rassicurante. È una serie che richiede attenzione e disponibilità a restare nell’incertezza. Alla fine non ho avuto la sensazione di aver capito tutto, ma piuttosto di aver imparato a diffidare delle spiegazioni troppo pulite.

A chi la consiglio

Consiglio questa serie a chi è disposto a mettere in discussione le versioni ufficiali senza cercare per forza una verità definitiva. Tre episodi, poco più di tre ore in totale, che non chiudono una storia, ma ne complicano il racconto.

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