Ho guardato Emily in Paris stagione dopo stagione, man mano che uscivano, sempre con lo stesso spirito con cui si accende una serie a fine giornata con intrattenimento puro, colori, ritmo, una certa leggerezza che non chiede troppo in cambio. Non era un progetto di analisi, né una visione “impegnata”. Poi è arrivata la quinta stagione e, forse proprio perché ora Emily arriva qui, in Italia, ho sentito il bisogno di fermarmi un attimo, guardare la serie da un’altra distanza e condividere alcune riflessioni che nel tempo si sono accumulate quasi senza farmene accorgere.
La trama
Emily in Paris segue una giovane americana che lascia gli Stati Uniti per trasferirsi a Parigi, dove inizia a lavorare nel marketing e a costruire, quasi in parallelo, la propria vita professionale e sentimentale. La trama è semplice e spesso prevedibile, ma il vero centro della serie non è tanto l’intreccio quanto il movimento. Emily arriva da fuori, occupa spazi che non le erano destinati, crea attriti, si adatta, insiste e poi va avanti. Le città che attraversa non vengono raccontate come luoghi complessi e stratificati, ma come superfici narrative, più simboliche che reali, spazi emotivi su cui proiettare desideri, ambizioni e conflitti.
Prima stagione: Parigi come immaginario
La prima stagione presenta una Parigi filtrata, elegante, quasi didattica. Il conflitto culturale è trattato con ironia e semplificazione, e Emily appare come una forza esterna che porta efficienza, entusiasmo e visione in un ambiente rappresentato come più rigido e tradizionale. È affascinante da guardare, ma fortemente stereotipato, soprattutto per chi osserva dall’Europa e riconosce subito quanto questa città sia più un’idea che un luogo vivo.
Seconda stagione: lavoro e relazioni si complicano
Nella seconda stagione, la serie prova a spostarsi leggermente dalla superficie. Il lavoro non è più solo una sequenza di successi creativi, ma un campo di tensioni, gerarchie e negoziazioni. Anche le relazioni amorose iniziano a perdere l’innocenza iniziale e a confrontarsi con scelte, responsabilità e conseguenze. La leggerezza resta, ma affiora una prima crepa.
Terza e quarta stagione: il costo della permanenza
Con la terza e la quarta stagione, il tema centrale diventa la permanenza. Emily non è più la nuova arrivata, ma qualcuno che deve sostenere le proprie decisioni nel tempo. Il lavoro appare sempre più come una performance continua, fatta di entusiasmo obbligatorio e disponibilità costante. Le relazioni sentimentali mostrano schemi che si ripetono, intensità emotiva e poca stabilità. La fantasia resta intatta, ma inizia a mostrare segni di stanchezza.
Quinta stagione: Emily arriva in Italia
La quinta stagione segna uno spostamento simbolico forte, perché Emily arriva in Italia. Visivamente, la serie è nel suo elemento. Paesaggi, cibo, architettura e gesti vengono filmati con uno sguardo estetizzante e fortemente sensoriale. Narrativamente, però, questo passaggio rende ancora più evidente il meccanismo della serie. L’Italia diventa il luogo della passione, dell’impulsività, dell’eccesso emotivo. Per chi scrive da qui, questa rappresentazione è riconoscibile ma riduttiva, efficace per l’intrattenimento, meno per la complessità reale.
Regia, stile e linguaggio
La regia è elegante e funzionale, con un linguaggio visivo che dialoga costantemente con la pubblicità e la moda. Ogni episodio è costruito per essere fluido, brillante, visivamente desiderabile. I costumi non accompagnano i personaggi, li definiscono. Non c’è una ricerca di realismo, ma di impatto, e questo è coerente con l’identità della serie, anche se ne limita la profondità.
Intrattenimento e problematiche
Emily in Paris è una serie che funziona molto bene come intrattenimento. È scorrevole, accattivante, immediata, pensata per essere consumata con piacere. Allo stesso tempo, porta con sé una serie di problematiche evidenti, come l’uso costante di stereotipi nazionali, la semplificazione delle dinamiche culturali europee e la romantizzazione di un modello di vita sempre performativo. Queste tensioni non annullano il piacere della visione, ma anzi lo rendono più interessante da interrogare.
Il lavoro è forse uno degli assi più problematici della serie. Emily in Paris propone un mondo in cui la produttività è sempre affascinante, il superlavoro viene normalizzato e il successo sembra dipendere quasi esclusivamente dall’impegno individuale, dall’entusiasmo e dal carisma personale. Visto da un contesto europeo, dove il rapporto con il lavoro è spesso più regolato, discusso e collettivo, questo modello appare seducente, ma anche profondamente inquietante.
Lo stesso vale per le relazioni sentimentali. In tutte le stagioni, l’amore segue una logica di desiderio immediato. È intenso, rapido, spesso intercambiabile. Emily si muove tra legami e attrazioni con la stessa velocità con cui cambia città o progetto professionale. Questo garantisce dinamismo narrativo, ma racconta anche una difficoltà strutturale nel costruire relazioni durature, un tratto molto contemporaneo che la serie sfiora costantemente senza mai affrontarlo fino in fondo.
La mia esperienza e a chi la consiglio
La mia esperienza con Emily in Paris è cambiata nel tempo. Quello che era nato come intrattenimento leggero è diventato un oggetto di osservazione culturale. Consiglierei la serie a chi ama le serie pop, a chi è interessato alla moda, alla comunicazione e alla rappresentazione delle città, e anche a chi vuole riflettere su come l’Europa e l’Italia vengano raccontate da uno sguardo esterno. È una buona serie di intrattenimento, ma non è neutra. Ed è proprio in questa tensione, tra fascino e semplificazione, che vale la pena parlarne.




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