Ho iniziato Under the Bridge in modo molto poco romantico e molto sincero: ne avevo sentito parlare bene. È disponibile su Disney+, quindi l’incontro è stato facile, quasi casuale, ma con quella sensazione di “ok, vediamo dove mi porta”.
La trama
La serie prende spunto da un fatto reale avvenuto in Canada negli anni Novanta, ma fin dalle prime puntate è chiaro che non vuole costruire una narrazione basata sul mistero o sulla rivelazione finale. Quello che interessa davvero è il percorso, il modo in cui un gruppo di adolescenti costruisce le proprie regole, i propri equilibri e le proprie crudeltà, mentre il mondo adulto osserva da una distanza che non è solo generazionale ma anche emotiva e culturale. Il crimine non è il centro del racconto, è piuttosto il punto in cui tutto ciò che era rimasto sospeso e ignorato diventa improvvisamente visibile.
Regia e stile
La regia sceglie un linguaggio misurato e trattenuto, evitando qualsiasi forma di spettacolarizzazione e affidandosi a un ritmo che privilegia l’osservazione rispetto all’impatto emotivo immediato. La macchina da presa resta spesso leggermente indietro, come se non volesse invadere lo spazio dei personaggi, e questa distanza crea un senso di disagio costante che accompagna tutta la visione. È uno stile sobrio, quasi freddo, che si avvicina più al realismo sociale che al true crime tradizionale, e che richiede allo spettatore una partecipazione attiva, fatta di attenzione e pazienza.
La serie lavora molto sul tema dello sguardo e del riconoscimento, interrogandosi su chi viene visto davvero e chi resta ai margini fino al momento in cui accade qualcosa di irreparabile. Sul piano sociologico, l’adolescenza viene raccontata come uno spazio complesso e fragile, attraversato da gerarchie implicite, desideri di appartenenza e dinamiche di esclusione che non hanno bisogno di essere spiegate a parole per risultare chiarissime. Tutto passa attraverso i comportamenti, i silenzi, le relazioni, e proprio per questo l’analisi risulta più incisiva di qualsiasi discorso esplicito.
Punti di forza
– La scelta di non trasformare il crimine in spettacolo
– Interpretazioni misurate e credibili
– Un grande rispetto nei confronti della vittima
– La capacità di disturbare senza semplificare
Punti deboli
– Un ritmo un po’ irregolare in alcuni episodi
– Alcuni personaggi avrebbero meritato più profondità
– Una struttura narrativa forse troppo prudente rispetto alla durezza del tema
La mia esperienza di visione
Guardare la serie non è stato un gesto automatico né una maratona istintiva, ma piuttosto un processo lento, fatto di pause e di riflessioni che continuavano anche dopo la fine degli episodi. Non mi ha mai dato quella sensazione di comfort tipica di molte produzioni seriali, ma mi ha coinvolta proprio attraverso un disagio sottile che costringe a restare presenti e a non distogliere lo sguardo.
A chi la consiglio
La consiglio a chi ama le storie ispirate a fatti reali ma sente una certa stanchezza verso il true crime inteso come consumo rapido e privo di conseguenze. È una serie adatta a chi guarda il cinema e le serie come strumenti di osservazione del reale e a chi è disposto ad accettare che alcune narrazioni non servano a rassicurare, ma a farci restare un po’ più a lungo dentro le domande.




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