Ho deciso di guardare La trincea infinita perché ne avevo sentito parlare come di uno di quei film che non cercano consenso immediato, era un titolo che continuava a tornare fuori, nei consigli dati senza entusiasmo eccessivo ma con convinzione, e il fatto che fosse disponibile su Netflix ha reso l’incontro semplice.
La trama
Il film è ambientato durante e dopo la Guerra Civile spagnola e racconta la storia di un uomo costretto a nascondersi per anni, murato vivo all’interno della propria casa, per sfuggire alla repressione franchista. Non è però un racconto di guerra nel senso tradizionale, quanto piuttosto una riflessione sul tempo che si deforma, sulla paura che diventa routine e sulla vita che continua fuori mentre dentro tutto resta sospeso. La trincea del titolo non è solo un luogo fisico, ma una condizione mentale che finisce per modellare l’esistenza, le relazioni e persino l’idea stessa di futuro.
Regia e stile
La regia lavora in modo estremamente sensoriale, trasformando lo spazio ristretto in un elemento narrativo centrale. La macchina da presa insiste sulla claustrofobia, sui suoni ovattati, sulla mancanza di luce e di aria, e riesce a rendere l’attesa una vera esperienza fisica per chi guarda. Non c’è bisogno di grandi movimenti o scene spettacolari, perché tutto si gioca sulla percezione del tempo e su quella linea sottile in cui un rifugio smette di essere protezione e diventa prigione.
Il film lavora in modo molto potente sull’idea dello spazio come estensione psicologica del personaggio, è impossibile non leggere la storia come una riflessione sulla repressione, sul controllo e sull’uso della paura come strumento di potere, ma anche sulla normalizzazione di queste dinamiche nella vita quotidiana. Il film non spiega e non istruisce, mostra, lasciando che siano le immagini e il tempo a costruire il senso.
Cosa funziona
- La radicalità della scelta narrativa, che accetta di restare scomoda fino alla fine senza cercare compromessi e senza addolcire ciò che, per sua natura, non lo è
- Le interpretazioni, capaci di rendere visibile un conflitto quasi interamente interiore, fatto di silenzi, attese e micro reazioni più che di parole
- Il modo in cui il film attraversa la storia senza mai assumere il tono del film storico classico, restando sempre ancorato all’esperienza umana e quotidiana
La mia esperienza di visione
Guardarlo non è stato intrattenimento, ma una forma di attraversamento. È un film che ti chiede di restare fermo, di condividere l’immobilità, la paura e anche le contraddizioni di una scelta che nasce come sopravvivenza e finisce per diventare una condizione esistenziale. Dopo la visione, la sensazione è stata quella di un tempo alterato, come se il film avesse temporaneamente ristretto anche il mio spazio mentale.
È difficile non pensare al mondo attuale guardando questo film, alle tante forme di isolamento normalizzato, alle paure che ci spingono a ridurre i nostri spazi vitali in nome della sicurezza, fisica o simbolica. La trincea infinita parla di un passato preciso, ma risuona in un presente fatto di confini, sorveglianza, autocontrollo e vite vissute a metà per timore delle conseguenze.
A chi lo consiglio
A chi è disposto a confrontarsi con storie che richiedono tempo, attenzione e una certa disponibilità emotiva. E a chi crede che il cinema, a volte, non serva a fuggire dalla realtà, ma a guardarla più da vicino, anche quando non è comodo.




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