Ho scelto La decisione un po’ come quando senti che hai bisogno di una storia capace di guardare il presente, senza alzare la voce. Cercavo un romanzo che parlasse di istituzioni, potere e fragilità, senza trasformare tutto in una partita di buoni contro cattivi. E la Francia degli ultimi anni, con le sue paure collettive, i suoi dibattiti infiniti sulla sicurezza e quella sensazione di vivere sempre a un passo dalla tensione, mi sembrava il terreno ideale per capire come le decisioni pubbliche nascono davvero, cioè tra scrivanie piene di carte e cuori che tremano molto più del permesso ufficiale.
La trama
Claire è una giudice antiterrorismo, abituata a muoversi in un universo dove ogni scelta deve sembrare impeccabile, anche quando lei stessa non è più sicura di nulla. Un giorno si trova davanti a un caso che, all’inizio, pare quasi ordinario, se mai qualcosa in quei fascicoli può esserlo. Si tratta di un giovane uomo sospettato di voler raggiungere una zona di conflitto. Claire deve decidere se autorizzare, o meno, la misura che permetterebbe di trattenerlo. Fin qui sembra la solita decisione amministrativa, di quelle che si prendono mentre il caffè si raffredda. Ma poi il ragazzo muore, e il peso di quella firma cade addosso a Claire come se qualcuno le avesse spostato la terra sotto i piedi.
Da qui si apre un secondo strato della trama, quello più intimo e pericoloso, perché riguarda la vita privata di Claire, che scivola in una relazione con un avvocato brillante e ambiguo, uno di quei personaggi che ti affascinano mentre già intuisci che ti faranno inciampare. E l’indagine su di lei prende una piega che mescola etica, responsabilità pubblica e una vulnerabilità che Claire aveva sempre tenuto sotto controllo, come un animale chiuso in una stanza interna.
Il romanzo segue quindi una doppia traiettoria, quella giudiziaria e quella emotiva, e le due si intrecciano fino a diventare inseparabili. La pressione mediatica aumenta, il mondo politico osserva con interesse, e Claire capisce che non basta essere competente, bisogna anche sembrare impeccabile. E questo è molto più difficile, soprattutto quando il tuo cuore fa rumore nei momenti meno opportuni.
Il movimento letterario
Karine Tuil scrive dentro un realismo contemporaneo che si nutre di cronaca, e la rielabora come se fosse materia narrativa viva. È un tipo di letteratura che non si accontenta di raccontare la storia, ma vuole capire cosa succede alle persone mentre la storia le attraversa. La Francia post attentati è quasi un personaggio a parte, e il romanzo sembra parlare con quella corrente che osserva il potere da dentro, come fanno Carrère o Vigan, solo che Tuil preferisce i corridoi dei tribunali al diario personale.
Lo stile
La prosa è scorrevole e tesa. Tuil non si dilunga in frasi decorative, perché qui tutto deve avere il ritmo di chi prende decisioni in tempi stretti, ma, allo stesso tempo, ci sono queste piccole aperture emotive, quasi dei sussurri, che rivelano quanto Claire sia più fragile di quanto voglia apparire. È una scrittura che sembra voler arrivare sempre un attimo prima della consapevolezza, come quando senti che stai per capire qualcosa, ma non del tutto.
Claire funziona come una protagonista attraversata da un conflitto classico tra il desiderio di essere giusta e il mondo che le ricorda, ogni giorno, che la giustizia non è mai neutrale. Il romanzo esplora come uno Stato in stato di allerta produca ansia, identità e, spesso, errori che nessuno vuole riconoscere apertamente. È la vecchia tensione tra responsabilità individuale e pressione collettiva, e Claire resta proprio al centro di questo nodo.
Cosa brilla, e cosa fa un po’ di ombra
Tra i punti positivi metterei la capacità del romanzo di tenere insieme intimità e politica, senza fare confusione. E poi quella scrittura che ti fa sentire quasi dentro la testa della protagonista.
Tra i punti negativi, forse, un ritmo che corre troppo, lasciando meno spazio del necessario alla complessità emotiva di Claire, e qualche spiegazione un po’ didascalica.
La mia esperienza di lettura
Leggere La decisione è stato come accompagnare una persona in una di quelle giornate che non finiscono mai, e in cui ogni scelta pesa più della precedente. Mi ha fatto pensare alle volte in cui ho creduto di sapere cosa fosse giusto, salvo scoprire che la vita non ama i percorsi puliti. Ho chiuso il libro con la sensazione di aver condiviso un pezzo di strada con Claire, una strada piena di domande che continuano a bussare anche dopo aver spento la luce.




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