Questo film l’ho scelto quasi per curiosità laterale. Non perché cercassi un horror in senso classico, ma perché mi intrigava l’idea di un racconto che usasse un formato televisivo preciso, il late night show come spazio narrativo. Late Night With the Devil prometteva più un gioco con il linguaggio che un semplice spavento, e questo, per me, è sempre un buon punto di partenza.
È uno di quei film che ti chiedono subito di accettare una convenzione e di starci dentro fino in fondo. Se lo fai, l’esperienza cambia completamente. È attualmente disponibile su Prime Video, il che rende facile dargli una possibilità senza troppe premesse.
La trama
Siamo negli anni Settanta. Jack Delroy è il conduttore di un talk show notturno in crisi di ascolti, eternamente in competizione con i grandi nomi della televisione americana. Per risollevare le sorti del programma, decide di dedicare una puntata speciale a fenomeni paranormali, occultismo e possessioni demoniache, ospitando sensitivi, scettici e una giovane ragazza sopravvissuta a un culto satanico.
Tutto si svolge quasi interamente in diretta, davanti alle telecamere, con l’illusione di assistere a una normale puntata televisiva. Ma qualcosa, lentamente, inizia a incrinarsi. Il confine tra spettacolo e realtà si fa sempre più sottile, fino a collassare.
Regia e stile
Il film adotta una struttura da found footage molto controllata, mascherata da materiale d’archivio televisivo. La regia lavora per sottrazione: niente jump scare facili, niente montaggio frenetico. La tensione nasce dalla familiarità del formato, dal modo in cui riconosciamo ogni gesto, ogni pausa, ogni sorriso forzato tipico della televisione dal vivo.
La messa in scena è chirurgica. Le luci dello studio, le inquadrature statiche, i tempi televisivi diventano parte integrante del discorso. È un horror che non vive nell’oscurità, ma nella luce artificiale, nella diretta, nello sguardo costante delle telecamere.
Dal punto di vista teorico, è un film che riflette molto sul potere dei media: su cosa siamo disposti a mostrare, su cosa siamo disposti a credere, e su quanto facilmente il dolore possa diventare intrattenimento.
Dimensione sociale e simbolica
Sotto la superficie horror, il film parla di ambizione, di successo e di sacrificio. Jack Delroy è un personaggio che incarna perfettamente una certa idea di mascolinità televisiva: carismatica, affamata di consenso, incapace di fermarsi.
Il vero orrore non è solo il soprannaturale, ma il meccanismo che spinge a superare ogni limite pur di restare rilevanti. La diretta televisiva diventa uno spazio di esposizione totale, dove non esiste più responsabilità, ma solo spettacolo.
È un film che suggerisce — senza mai dirlo apertamente — quanto la cultura dell’intrattenimento possa normalizzare l’attraversamento del dolore altrui, purché faccia audience.
Punti di forza e limiti
Tra i punti di forza c’è sicuramente l’idea di base, portata avanti con coerenza fino alla fine. L’interpretazione del protagonista regge il film, mantenendo sempre quella linea ambigua tra controllo e disperazione. Anche il lavoro sul tempo è efficace: l’attesa diventa parte dell’esperienza.
Il limite principale è che il film chiede molto allo spettatore. Chi non accetta la lentezza o il formato rischia di restare fuori. Alcune scelte nel finale possono risultare divisive, soprattutto per chi preferisce un horror più tradizionale.
La mia esperienza di visione
Non mi ha spaventata nel senso classico del termine. Mi ha inquietata. È un film che lavora sotto pelle, che usa il familiare per rendere perturbante ciò che dovrebbe essere rassicurante. Ho apprezzato soprattutto il modo in cui il disagio cresce senza mai diventare urlato.
È uno di quei film che, una volta finito, ti fanno ripensare non tanto alle immagini più forti, quanto al contesto che le ha rese possibili.
A chi lo consiglio
A chi ama l’horror che gioca con il linguaggio e con i formati.
A chi è interessato a una riflessione sul rapporto tra media, potere e spettacolarizzazione.
A chi accetta un cinema che costruisce tensione più con l’idea che con l’effetto.
Non è un film per chi cerca solo paura immediata. È per chi è disposto a restare a guardare finché la luce dello studio non diventa, lentamente, qualcosa di molto meno innocuo.




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