Aprire il Canzoniere è un po’ come aprire una scatola di ricordi che qualcuno ha cercato di tenere in ordine, ma che continua a esondare da ogni lato. Petrarca non costruisce una narrazione lineare, preferisce lasciare frammenti, appunti emotivi, piccoli lampi di coscienza, come se stesse parlando più a sé stesso che al lettore. E questa edizione del 5 giugno 2013, dà proprio la sensazione di un quaderno che puoi portare ovunque, pronto a essere aperto a caso per vedere quale pensiero del poeta ti capita tra le mani.

Il titolo originale, Rerum vulgarium fragmenta, dice già tutto. Sono frammenti. Eppure, messi insieme, disegnano una storia interiore che cresce a spirale attorno a una sola figura: Laura.

Una trama fatta di emozioni

Il Canzoniere non ha una trama nel senso classico del termine, non ci sono eventi che avanzano, colpi di scena o svolte narrative. Quello che c’è è un sentimento che si muove, cambia forma, si complica, poi si semplifica, poi si ingarbuglia di nuovo. Tutto comincia il 6 aprile 1327, quando Petrarca vede Laura per la prima volta in una chiesa di Avignone. Non succede nulla, nel senso esterno del termine, ma per lui succede tutto. È come se la sua vita emotiva iniziasse proprio lì.

La raccolta è divisa in due parti, in vita di Laura e in morte di Laura, ma la verità è che Laura non esce mai di scena. Anche dopo la sua scomparsa continua a essere presenza, ricordo, idea, ferita e conforto allo stesso tempo. Sembra quasi che il vero viaggio non sia quello verso Laura, ma quello dentro Petrarca stesso, che cerca di capire perché quel sentimento lo abiti in modo così permanente.

Il cuore inquieto di Petrarca

Una delle cose più affascinanti è vedere come Petrarca non riesca mai a stare fermo dentro il proprio sentimento. Vorrebbe essere distaccato, ma non lo è. Vorrebbe domare la passione, ma la passione torna sempre. Vorrebbe dedicarsi alla salvezza dell’anima, ma sogna la gloria letteraria. Vorrebbe fuggire da Laura, ma ogni volta che ci prova si ritrova più legato di prima.

È un continuo avanti e indietro emotivo, una specie di altalena interiore che rende il Canzoniere incredibilmente vicino alla sensibilità moderna. Petrarca pensa tanto, sente tanto, si giudica, si assolve, si confessa, si nasconde. E in questo movimento confuso e sincerissimo sta tutta la sua forza.

La lingua come un rifugio ordinato

La cosa sorprendente è che tutto questo tumulto emotivo è raccontato con una lingua limpida, levigata, quasi musicale. Ogni verso sembra curato come se fosse una pietra preziosa. Petrarca costruisce un modello di armonia linguistica che diventerà un riferimento per secoli, fondando quel petrarchismo che si diffonderà in tutta Europa.

Ma dietro l’eleganza senti sempre un cuore che batte forte. C’è un’energia che preme, una tensione che cerca equilibrio. La forma è perfetta, ma dentro quella perfezione ci sono crepe sottili dove filtra tutta l’umanità del poeta.

Laura tra mito e specchio

Con il passare dei componimenti, Laura smette di essere soltanto una donna e diventa anche simbolo, mito personale, punto di orientamento. A volte è figura quasi sacra, altre volte è nostalgia bruciante, altre ancora è una sorta di specchio attraverso cui Petrarca guarda sé stesso. Nella canzone alla Vergine, che chiude la raccolta, sembra quasi che Laura trovi un nuovo posto nella vita spirituale del poeta, diventando una tappa del suo percorso interiore più profondo.

Cosa rimane dopo la lettura

Chiudere il Canzoniere non dà un senso di conclusione, ma di compagnia. È come se Petrarca camminasse con te per un tratto e poi si allontanasse piano, lasciando nell’aria domande che non smettono di vibrare. Rimane l’eco del suo desiderio, del suo conflitto, della sua ricerca di equilibrio tra amore, gloria e salvezza.

E forse è proprio questo che rende il libro immortale. In quelle pagine, ciascuno trova un frammento di sé, qualcosa che non si dice facilmente ma che Petrarca, con la sua voce inquieta e delicata, riesce a confessare al posto nostro.

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