Il Primo Re è disponibile su RaiPlay e questo, per me, non è un dettaglio neutro. C’è qualcosa di interessante nel fatto che un film così poco accomodante, così lontano dall’idea di intrattenimento storico tradizionale, sia accessibile in modo semplice.

Trama

La storia segue Romolo e Remo prima che Roma esista, prima ancora che l’idea stessa di Roma possa essere formulata. Non c’è un progetto chiaro, non c’è una visione condivisa del futuro. Ci sono corpi, fame, paura, fede e una comunità che si muove per tentativi. Il conflitto tra i due fratelli non appare come una profezia da compiere, ma come qualcosa che nasce strada facendo, dall’attrito tra due modi diversi di immaginare la sopravvivenza e il potere.

Il film rifiuta qualsiasi costruzione eroica. Nessuno è davvero puro, nessuno è davvero giusto. La leadership emerge come necessità più che come virtù, e questo rende la tragedia finale meno mitologica e molto più umana.

Mito scolastico e reinvenzione cinematografica

La versione del mito che impariamo a scuola è lineare e simbolicamente chiara. La lupa che salva i gemelli, il destino che li guida, la fondazione di Roma come atto quasi inevitabile. Il film smonta questa struttura. La lupa diventa un’immagine evocata più che mostrata, gli dèi non sono figure ordinate ma presenze indistinte fatte di paura e rituale, Roma non è una promessa di grandezza ma una conseguenza dolorosa.

Molto di ciò che vediamo è inventato, ma l’invenzione non riguarda i fatti. Riguarda gli spazi vuoti tra un mito e l’altro. Il film non cerca di correggere la leggenda, cerca di abitarla.

Regia e linguaggio cinematografico

Matteo Rovere sceglie una regia fisica, quasi ostinata. La macchina da presa resta addosso ai personaggi, li segue nel fango, nel freddo, nella fatica. La natura non fa da cornice, ma agisce come una forza continua che condiziona ogni scelta. Non c’è distanza contemplativa, tutto è immediato e spesso scomodo.

La decisione di utilizzare un proto latino ricostruito è centrale. Non serve a informare, ma a disorientare. Lo spettatore perde l’appoggio della parola e deve affidarsi ai corpi, ai silenzi, agli sguardi. È una scelta che dialoga con una certa idea di cinema come esperienza sensoriale, più vicina alla percezione che alla narrazione classica.

Lettura sociologica e politica implicita

Il potere, in questo film, non nasce come ideale astratto. Nasce dalla gestione del trauma, dalla necessità di organizzare la violenza, dal bisogno di dare una forma al caos. Senza dichiararlo apertamente, il film suggerisce che ogni fondazione collettiva porta con sé una perdita che viene poi trasformata in mito per poter essere accettata.

Non c’è una tesi esplicita, ma resta una sensazione persistente. Le civiltà non iniziano quando tutto è giusto, ma quando qualcuno riesce a imporre un ordine, anche a costo di escludere o distruggere.

Punti di forza

Il film riesce a costruire un’immersione totale, quasi fisica. Le scelte estetiche sono coerenti e coraggiose. L’epica classica viene decostruita senza essere ridicolizzata. Gli attori lavorano soprattutto con il corpo, con la fatica, con la presenza. Il mito viene trattato con rispetto, senza essere semplificato.

Limiti e fragilità

Il ritmo lento può risultare respingente. La mancanza di contesto storico esplicito richiede uno spettatore attivo. La presenza femminile è ridotta e questo pesa, soprattutto in un film che parla di nascita di comunità. Non c’è spazio per lo spettacolo facile o per l’identificazione immediata.

Esperienza di visione

Non è un film che conquista subito. È un film che lavora nel tempo. Dopo la visione resta una sensazione di sospensione, come se la storia non si fosse davvero chiusa. Ma forse è proprio questo il punto. Le origini non offrono mai risposte definitive.

A chi lo consiglierei

Lo consiglierei a chi è interessato al cinema storico non convenzionale, a chi ama i miti più per le domande che pongono che per le risposte che danno, a chi preferisce l’atmosfera alla spiegazione, a chi accetta di uscire dalla visione con qualche certezza in meno. Non lo consiglierei a chi cerca una ricostruzione didattica o un racconto epico classico. Il Primo Re non vuole insegnare come nasce Roma, ma interrogare ciò che scegliamo di dimenticare per poterla chiamare eterna.

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