Ho guardato I Care a Lot spinta da una curiosità un po’ ambigua. Ne avevo sentito parlare come di un film “provocatorio”, di quelli che dividono, e già questo per me è sempre un buon motivo per premere play. C’era anche Rosamund Pike, che porta con sé quella capacità inquietante di rendere affascinante persino l’insopportabile. E poi l’idea di una comedy che mette al centro il linguaggio della cura, del benessere, della protezione, parole bellissime, usate per raccontare qualcosa di profondamente distorto, mi sembrava troppo interessante per essere ignorata.
La trama
La storia segue Marla Grayson, tutrice legale “modello”, che ha costruito un sistema perfettamente legale per trarre profitto dalla vita degli altri, in particolare dagli anziani. Tutto è fatto secondo le regole, almeno sulla carta. Ed è proprio questo il punto. I Care a Lot non parla di illegalità, ma di etica; non di criminali nascosti, ma di violenze normalizzate, approvate, persino applaudite perché ben confezionate.
Il film prende la forma di una satira quasi grottesca, e spinge continuamente lo spettatore in una posizione scomoda: ci chiede di seguire una protagonista che non cerca redenzione, non chiede comprensione, e soprattutto non si scusa mai.
Regia, tono e linguaggio
La regia sceglie un’estetica iper-controllata con colori saturi, simmetrie, ambienti asettici che sembrano usciti da una pubblicità di successo personale. Tutto è bello, lucido, apparentemente sano. Questo contrasto tra forma e contenuto è uno degli aspetti più interessanti del film. La violenza non è sporca, non è caotica; è pulita, amministrativa, firmata in calce.
Il tono oscilla costantemente tra il thriller e la commedia nera, e non sempre questo equilibrio è perfetto. A volte la satira è talmente spinta da rischiare di appiattire la complessità del discorso. Ma è anche questa eccessività a rendere il film così disturbante.
I Care a Lot è un film profondamente politico, anche quando finge di non esserlo. Parla di capitalismo travestito da meritocrazia, di empowerment svuotato di etica, di un sistema che premia chi sa sfruttarlo meglio, indipendentemente dalle conseguenze. La cosa più inquietante è che Marla non è un’eccezione, è una figura perfettamente compatibile con il mondo che abita.
Il film gioca con l’immaginario del “self-made success”, lo porta all’estremo e lo svuota di qualsiasi eroismo. Non c’è crescita morale, non c’è lezione finale rassicurante. C’è solo la constatazione che alcune forme di violenza sono perfettamente integrate nel linguaggio del successo.
Cosa funziona
Funziona l’interpretazione di Rosamund Pike, magnetica e spietata. Funziona l’idea di base, forte e disturbante. Funziona il modo in cui il film costringe lo spettatore a interrogarsi sul proprio disagio: perché è così difficile smettere di guardare una protagonista così apertamente amorale?
Cosa funziona meno
Il film, a un certo punto, sembra innamorarsi troppo della propria protagonista. La seconda parte vira verso un’escalation più spettacolare che concettuale, perdendo parte della precisione iniziale. Alcuni personaggi secondari restano caricaturali, quasi funzionali alla provocazione più che al racconto.
La mia esperienza
Guardarlo è stato irritante, stimolante, a tratti quasi faticoso. I Care a Lot non cerca empatia, cerca reazione, e in questo senso funziona, ti costringe a prendere posizione, anche solo per rifiuto. Non è un film che consola, né che accompagna. Ti lascia lì, con un senso di fastidio che forse è esattamente il suo obiettivo.
A chi lo consiglierei
Lo consiglierei a chi ama il cinema che provoca, che divide, che non si preoccupa troppo di essere “piacevole”. A chi è interessato a storie che mettono in scena il lato oscuro di concetti apparentemente positivi come successo, autonomia, efficienza. I Care a Lot non è un film facile, né sempre equilibrato ma è uno di quelli che, una volta visti, continuano a fare rumore.





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