Ho deciso di scrivere su Il buon fanciullo proprio adesso, mentre il mio percorso di lettura continua a scendere nei corridoi tranquilli ma densissimi della letteratura educativa dell’Ottocento. È curioso come certi libri restino in silenzio per anni, come se fossero in modalità risparmio energetico, e poi all’improvviso reclamino attenzione. E dopo Giannetto, che mi aveva lasciato addosso quella sensazione di movimento educativo a piccoli passi, quasi episodico, era naturale incontrare Cantù, che non fa rumore, non scuote, non sorprende. Ma, quando ci entri dentro con lentezza, scopri che è uno di quei testi che hanno modellato l’idea stessa di “bambino buono” prima ancora che la scuola italiana avesse deciso chi fosse.

E forse è proprio questo che mi interessa: capire come si costruisce un modello prima ancora che esista il palco dove metterlo in scena.

Contesto

Siamo nel pieno dell’Ottocento, in un’Italia ancora pre-unitaria, dove la letteratura per l’infanzia nasce più come estensione domestica dell’autorità adulta que come espaço de fantasia. Cesare Cantù, instancabile moralista, scrive Il buon fanciullo con l’intenzione dichiarata di offrire ai bambini non un semplice manuale, ma una sorta di specchio ideale “ecco come dovresti essere, ecco come dovresti pensare, ecco come ci si muove nel mondo se vuoi diventare, un giorno, un buon cittadino”.

È un’Italia che ancora non esiste politicamente, ma che già tenta, libro dopo libro, di immaginare la propria infanzia come terreno fertile per la futura unità.

Trama

Se Giannetto cresceva attraverso piccoli episodi Il buon fanciullo sceglie una via ancora più diretta nella quale non racconta ma istruisce. Non c’è un vero e proprio intreccio, solo una sequenza di quadri morali, piccole scene che funzionano come lezioni e ammonimenti e modelli di comportamento.

Il protagonista non è davvero un personaggio. È più un contorno, un bambino che deve essere diligente, umile, obbediente, moderato, rispettoso, quasi la personificazione stessa del comedimento. Non esiste dramma e nemmeno conflitto. Il mondo sembra costruito per essere ordinato in virtù e ogni gesto invita a pensare al dovere mentre ogni emozione viene filtrata attraverso una misura morale.

Si ha l’impressione che Cantù stia assemblando un bambino di legno snodato e che con un gesto tranquillo dica ora guardate così si sta al mondo.

Il modello del merito

Se Parravicini credeva nel merito come possibilità di ascesa sociale individuale e De Amicis lo ampliava trasformandolo in servizio alla patria, Cantù sceglie qualcosa di più antico e in un certo senso più rigido, cioè il merito come obbedienza. Non si sale, ci si armonizza. L’ideale del buon bambino non è quello di conquistare il mondo ma di starci dentro senza stonare.

È una pedagogia della contenzione in cui la virtù diventa sempre un esercizio di autocontrollo, quasi una liturgia quotidiana. Rileggere oggi questo modello significa riconoscere quanto l’infanzia sia stata plasmata come territorio disciplinato molto prima di essere immaginata come spazio di espressione.

Movimento literário

Il buon fanciullo si inserisce nella tradizione morale e popolare che attraversa tutto l’Ottocento, fatta di testi brevi e chiari destinati alle classi subalterne e pensati per insegnare diritti, doveri e modi di comportamento. È la stessa linea del Corso di morale popolare dello stesso Cantù, una letteratura che agisce come ponte tra scuola, chiesa e famiglia.

Non c’è ambiguità e non c’è rottura. L’obiettivo è formare il carattere e, nel farlo, mostrare come la narrazione possa essere normativa quanto un catechismo.

Stile

La scrittura è limpida e disciplinata, quasi trasparente. Le frasi procedono come passi misurati in un corridoio silenzioso. Cantù non vuole turbare, vuole guidare.
Non c’è ironia, non c’è tensione, non c’è sorpresa, solo la chiarezza di una voce adulta che organizza il mondo perché il bambino possa vederlo nel modo considerato più corretto.

Ciò che funziona

  • Il valore storico. Leggere Il buon fanciullo è come aprire una finestra sulla pedagogia preunitaria.
  • La nitidezza con cui rivela il progetto sociale che sosteneva la letteratura infantile dell’epoca.
  • La coerenza interna, perché il libro sembra sapere con precisione che cosa vuole trasmettere.

Ciò che pesa

  • L’assenza di una narrazione veramente viva.
  • Il modello infantile così stretto che lascia pochissimo spazio all’imprevisto.
  • La sensazione che l’infanzia venga trattata come qualcosa da plasmare e non da ascoltare.

Forse è proprio questa rigidità a renderlo uno strumento così utile per capire il secolo. Mostra ciò che si desiderava che l’infanzia fosse molto più di quanto riveli ciò che essa era davvero.

La mia esperienza di lettura

Tornare a Il buon fanciullo dopo Giannetto e prima di immergermi in altri testi del periodo è stato come regolare la lente di un microscopio. Tutto diventa più nitido, a tratti anche fastidiosamente nitido. Non sorprende, però rivela. Non commuove, però chiarisce.

È un libro che ricorda, con quella sincerità austera tipica dell’Ottocento, che la letteratura per bambini ha sempre portato con sé un progetto morale, sociale e politico. E che prima di diventare uno spazio di fantasia è stata soprattutto uno spazio di formazione.

Leggerlo ora mi aiuta a comprendere meglio la linea storica che sto seguendo, quel progresso lento e quasi geometrico con cui l’Italia ha inventato la propria infanzia moderna. E Il buon fanciullo, nella sua semplicità, è un mattone fondamentale di questo edificio.

One response to “Il buon fanciullo – Cesare Cantù”

  1. Questo percorso nella letteratura “morale-educativa” si fa sempre più interessante e rivelatore. E, per questo, non posso che ringraziarti di cuore 🙏❤️

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