Ho scelto The White Lotus molto prima di iniziare davvero a guardarla. Ne sentivo parlare ovunque: commenti entusiasti, analisi più o meno profonde, quel passaparola insistente che ti fa pensare che forse non si tratta solo di una serie “di tendenza”. Così ho aspettato. Ho aspettato che arrivasse HBO Max, ho aspettato il momento giusto, ho accumulato aspettative, cosa sempre rischiosa e quando finalmente ho premuto play ero già, in qualche modo, coinvolta.

C’era anche una curiosità quasi maliziosa, un racconto ambientato in resort di lusso, pieni di comfort e sorrisi addestrati, mi sembrava il contesto perfetto per osservare tutto ciò che normalmente resta nascosto sotto la superficie. Un paradiso come punto di partenza per raccontare il disagio. Non male, come promessa.

La trama

La storia è semplice, almeno in apparenza. Un gruppo di ospiti benestanti arriva in un hotel esclusivo per trascorrere una vacanza. Fin dall’inizio sappiamo che qualcosa andrà storto: c’è un morto. Ma The White Lotus non è interessata al mistero in senso classico. Non corre verso la rivelazione, non costruisce suspense con colpi di scena continui. Preferisce osservare. Accumulare tensione attraverso dialoghi, silenzi, piccole fratture quotidiane che, messe insieme, diventano inevitabili.

È una narrazione che lavora per sottrazione: meno azione, più sguardi; meno spiegazioni, più disagio. E chiede allo spettatore una certa disponibilità ad abitare quell’attesa.

Regia e stile

La regia sceglie consapevolmente la distanza. I personaggi spesso appaiono piccoli rispetto agli spazi che occupano, quasi schiacciati dal lusso che dovrebbero dominare. I tempi sono dilatati, i silenzi non vengono addolciti, le conversazioni scomode non vengono interrotte per salvare il ritmo. È uno stile che guarda più al cinema d’autore che alla serialità televisiva classica, e che sembra fidarsi molto dello spettatore.

Anche la messa in scena è tutt’altro che neutra, tutto è bello, curato, luminoso ed è proprio questa bellezza a rendere più stridente ciò che accade al suo interno. Come se l’estetica fosse parte integrante del discorso.

Il resort funziona come un microcosmo sociale estremamente controllato. Nessuno è lì per caso, nessuno è davvero libero da ciò che rappresenta fuori da quel contesto. Le relazioni sono attraversate da denaro, status, aspettative, ruoli di potere che non hanno bisogno di essere esplicitati per funzionare. La serie non giudica apertamente, non alza la voce. Mostra. E lascia che siano le dinamiche stesse a parlare.

È interessante perché il conflitto raramente è frontale. Spesso si manifesta attraverso gesti minimi, frasi apparentemente innocue, silenzi che dicono molto più di qualsiasi discorso. E in questo senso The White Lotus sembra più interessata ai meccanismi che alle colpe individuali.

Cosa funziona

Funziona la scrittura, capace di essere ironica senza diventare cinica. Funzionano le interpretazioni, che tengono insieme fragilità e arroganza senza mai semplificare troppo. Funziona il modo in cui l’umorismo viene usato come trappola: ridi, poi ti rendi conto che quel riso ti mette in una posizione scomoda. Funziona anche il coraggio di non offrire soluzioni morali chiare, di lasciare alcune questioni aperte, irrisolte.

Cosa funziona meno

Il ritmo non è per tutti. Alcune linee narrative risultano più interessanti di altre, e certi personaggi sembrano esistere più come simboli che come individui complessi. In alcuni momenti la critica sociale diventa così evidente da rischiare una certa ripetizione. È una serie che richiede attenzione e disponibilità, e questo può diventare un limite per chi cerca un’esperienza più immediata.

La mia esperienza

Guardarla è stato un processo più che un semplice intrattenimento. Mi sono sorpresa a ripensare alle scene, ai dialoghi, alle mie stesse reazioni. A chiedermi perché certe cose mi facevano ridere, o perché altre mi mettevano così a disagio. The White Lotus non finisce davvero con l’ultimo episodio; resta addosso, lavora lentamente, quasi in silenzio.

A chi la consiglierei

La consiglierei a chi ama il cinema più della trama, a chi è interessato alle storie che osservano invece di spiegare, a chi non ha bisogno di personaggi “redenti” per sentirsi soddisfatto. È una serie per chi accetta l’idea che l’audiovisivo possa essere anche uno spazio di riflessione, non solo di fuga. Se cercate conforto, forse non è il momento giusto. Ma se avete voglia di uno sguardo attento, The White Lotus sa essere molto più profonda di quanto il suo scenario paradisiaco lasci intendere.

One response to “The White Lotus”

  1. Serie molto bella, sto guardando la terza stagione, anche se forse la prima è la migliore, perché particolarmente originale.

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