Ho scelto All the Empty Rooms in una sera in cui Netflix sembrava offrirmi solo storie troppo rumorose per quello che avevo addosso. Il fatto che duri solo trentacinque minuti è stato quasi un invito gentile, come se il film dicesse tranquilla non ti rubo la serata, solo un pezzo di silenzio.

La trama

Il film segue un progetto fotografico e umano che documenta le stanze rimaste intatte dopo la morte di bambini uccisi nelle sparatorie scolastiche negli Stati Uniti. Non vediamo i ragazzi, non sentiamo ricostruzioni dettagliate degli eventi. Vediamo i loro spazi. Letti rifatti, oggetti lasciati dove erano, pareti che continuano a esistere anche se chi le abitava non tornerà. La storia passa attraverso i genitori, ma soprattutto attraverso ciò che resta fermo.

La regia e lo stile

La regia lavora con una cautela rara. La macchina da presa non invade, non cerca il dettaglio emotivo a tutti i costi, non costruisce climax. Ogni inquadratura sembra chiedersi se sia davvero necessario esserci. Questo atteggiamento produce un effetto preciso. Lo spettatore non viene guidato verso una reazione, ma lasciato libero di abitare il tempo del film.

In un panorama audiovisivo in cui tutto tende a trasformarsi in contenuto immediatamente condivisibile, questa scelta ha un peso specifico. Qui il dolore non diventa immagine da consumare, ma presenza da rispettare. Il film si rifiuta di trasformare la perdita in esperienza rapida, digeribile, commentabile.

Lo spazio diventa così l’elemento narrativo centrale. Le stanze non sono simboli astratti, ma luoghi concreti in cui il tempo si è fermato in modo innaturale. Dal punto di vista teorico, è un uso molto consapevole del campo e del fuori campo. Ciò che non vediamo, i corpi assenti, le vite interrotte, pesa più di qualsiasi rappresentazione diretta. Il film costruisce senso proprio attraverso ciò che manca, attraverso ciò che non può più entrare nell’inquadratura.

A livello sociale, questo spostamento dello sguardo è fondamentale. Il corto non discute apertamente di politiche o responsabilità, ma mostra le conseguenze che restano quando il dibattito si spegne. Ricorda che certi eventi non finiscono con la notizia, ma continuano a vivere negli spazi quotidiani, lontano dalle telecamere e dall’urgenza del commento.

Punti di forza e limiti

La forza principale sta nella coerenza dello sguardo. Tutto è misurato, rispettoso, necessario. La durata contenuta rende il film accessibile senza renderlo leggero. Il limite è che questa stessa misura può risultare distante. Chi cerca una narrazione più strutturata o un discorso più diretto potrebbe sentirsi escluso. Ma forse non è un limite da correggere, quanto una scelta da accettare.

La mia esperienza di visione

Guardandolo oggi, è difficile non pensare a quanto siamo abituati a reagire velocemente e dimenticare ancora più in fretta. Questo film si colloca esattamente tra queste due azioni. Non chiede indignazione immediata e non offre una via d’uscita. Chiede attenzione. E l’attenzione, nel presente, è forse la risorsa più fragile e più necessaria che abbiamo.

Non è un’opera neutra, anche se non prende posizione in modo esplicito. La scelta di non semplificare, di non ridurre il dolore a messaggio, di non trasformare la tragedia in argomento, è già una forma di presa di posizione.

Dopo averlo visto, non ho sentito il bisogno di commentare subito. Ho avuto piuttosto la sensazione che qualcosa si fosse depositato lentamente. Un’attenzione diversa verso gli spazi, verso ciò che resta quando una presenza scompare. È uno di quei film che non ti seguono con frasi memorabili, ma con una specie di silenzio persistente.

A chi lo consiglio

A chi è disposto a fermarsi senza aspettarsi una conclusione. A chi pensa che il cinema possa ancora essere un luogo di osservazione e non solo di conferma. A chi sente che, nel rumore continuo del presente, trentacinque minuti di ascolto possono essere più incisivi di molte ore di parole.

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