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Conoscevo già il lavoro di Sebastián Schindel e mi interessava il suo modo di raccontare conflitti morali attraverso situazioni quotidiane. La premessa mi è sembrata subito potente.
La trama
segue Alicia, una donna dell’alta borghesia argentina che vede la propria vita ordinata incrinarsi quando il figlio Daniel viene accusato di un grave episodio di violenza contro la ex moglie. Da quel momento il film entra nel territorio del dramma giudiziario, accompagnandoci tra udienze, strategie legali e tensioni familiari che si accumulano lentamente.
Parallelamente, scopriamo che anche la domestica della famiglia è coinvolta in una vicenda giudiziaria delicata. Le due storie si sviluppano nello stesso spazio sociale ma da posizioni molto diverse, e il film costruisce la sua tensione proprio nell’avvicinamento graduale tra questi due percorsi.
Senza ricorrere a colpi di scena spettacolari, la narrazione procede attraverso dettagli, testimonianze e piccoli spostamenti emotivi. Quello che inizia come il tentativo di una madre di proteggere il figlio si trasforma progressivamente in qualcosa di più complesso, un confronto con verità scomode e con le dinamiche invisibili che attraversano la famiglia e la società.
Regia e stile
Schindel sceglie una regia sobria. La macchina da presa è spesso ferma, i movimenti sono contenuti, la fotografia privilegia toni neutri. Non c’è enfasi, non c’è ricerca dell’effetto. Questo minimalismo crea uno spazio in cui le tensioni emergono quasi da sole.
Mi sembra un esempio interessante di cinema del punto di vista. Restiamo molto vicini ad Alicia, condividiamo il suo sguardo, ma il film inserisce piccoli scarti che ci permettono di prendere distanza. Non siamo guidati verso una morale esplicita, siamo invitati a osservare le crepe.
È un realismo che dialoga con certa tradizione del cinema sociale latinoamericano, dove il conflitto non è spettacolarizzato ma sedimentato nei gesti, nei silenzi, nelle differenze di linguaggio tra i personaggi.
Quello che mi ha colpita di più è il modo in cui il privilegio appare come qualcosa di normale. Nessuno si proclama superiore, nessuno fa discorsi ideologici. Eppure le differenze sono ovunque. Nel modo in cui Alicia può permettersi di combattere, nel modo in cui la domestica è costretta a subire.
Il film suggerisce che la famiglia non è solo uno spazio affettivo, ma anche una piccola struttura di potere. Lealtà, protezione, silenzio. Tutto questo può diventare un meccanismo che copre la violenza. E questa consapevolezza non arriva come una sentenza, ma come un lento spostamento interiore della protagonista.
Punti forti e limiti
Tra i punti forti metterei sicuramente l’interpretazione di Cecilia Roth. Il suo volto racconta più delle parole. Anche la costruzione parallela delle due storie è efficace, perché amplia il campo senza perdere intimità.
Tra i limiti, ho percepito alcune semplificazioni narrative, soprattutto nella parte finale, dove certi passaggi sembrano un po’ troppo funzionali alla chiusura del racconto. Alcuni personaggi secondari avrebbero meritato maggiore profondità, in particolare la nuora di Alicia, che resta in parte opaca.
La mia esperienza e a chi lo consiglio
Guardare Crímenes de familia è stato per me un esercizio di ascolto. Mi sono accorta di quanto sia facile identificarsi con chi ha strumenti, voce, sicurezza. Il film mi ha costretta a rallentare e a chiedermi cosa significa davvero stare dalla parte della giustizia quando gli affetti sono in gioco.
Lo consiglio a chi ama i drammi giudiziari che non cercano il colpo di scena ma l’erosione lenta delle certezze. A chi è interessato a personaggi femminili complessi. A chi pensa che il cinema possa essere uno spazio in cui le questioni sociali entrano in scena attraverso le storie personali.
Non è un film leggero, ma è un film che rimane. E a volte è proprio quello che cerchiamo, qualcosa che continui a lavorare dentro di noi anche dopo che lo schermo si è spento.




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