Se la Caccia di Diana era un gioco elegante, un corteo mitologico che sorrideva alle sue stesse allegorie, il Filostrato porta immediatamente altrove.
È un’opera che non vuole brillare all’esterno, vuole macerare dentro.
È come se Boccaccio, dopo aver celebrato la vitalità delle donne, decidesse di raccontare il punto di vista opposto, quello di un amante che soffre, si consuma, non trova pace e non riesce a staccarsi dalla propria combustione affettiva. Il cambio di atmosfera è netto e affascinante: dalla leggerezza festosa si passa alla gravità del sentimento non corrisposto.
L’autore e la nascita della voce sentimentale
Il Filostrato appartiene al Boccaccio napoletano, quello formato alla corte angioina, impregnato di cultura cavalleresca, romanzesca e cortese.
È un momento in cui il giovane autore assorve modelli francesi e provenzali, mascherando già un interesse fortissimo per la psicologia dei personaggi.
Non è ancora il Boccaccio narratore ironico.nNon è ancora o moralista dolce do Decameron.
È um poeta preso por inteiro pelo drama do amor, e que tenta comprenderlo come se fosse uma força natural incontrolável.
La storia come un vortice amoroso
Il poema narra a vicenda di Troiolo e Criseida, ambientata nella cornice della guerra di Troia, ma filtrata completamente attraverso o sguardo della passione.
Troiolo si innamora con una rapidità che sfiora la ferita.
Criseida ricambia, ma il gioco politico e il destino bellico la strappano da lui, costringendola a trasferirsi nel campo greco.
La separazione diventa il vero centro emotivo dell’opera.
Troiolo cade in una spirale di dolore e gelosia, mentre Criseida, lontana, si adatta a una nuova realtà e finisce per amare un altro.
Non c’è consolazione. Il poema termina in un punto di rottura, lasciando il protagonista consumato e senza riscatto.
L’amore come spazio di catastrofe
A differenza di Dante e Petrarca, che tendono a sublimare o ordinare il sentimento amoroso, Boccaccio mostra l’amore nel suo lato più animalesco e vulnerabile.
È un sentimento che fa perdere la dignità, che toglie equilibrio, che diventa quasi un delirio.
Troiolo non è un eroe, è un uomo ferito. E Criseida non è un angelo, ma una figura complessa, contraddittoria, che risponde al mondo e non all’idealizzazione maschile.
L’amore qui non è ascesi, non è allegoria, non è disciplina.
È corpo. È mancanza. È perdita.
La forma una narrazione che guarda già avanti
Il poema è scritto in ottave, una forma che Boccaccio non solo adotta, ma affina fino a trasformarla in un vero strumento narrativo.
L’ottava dà ritmo, respiro, una sorta di onda che avanza e si ritira, seguendo il movimento emotivo della storia.
È una forma che ritroveremo poi nel Teseida, e che risuonerà ancora in Ariosto, ma qui appare già sorprendentemente matura.
Si avverte che Boccaccio sta costruendo un ponte tra il romanzo medievale e la narrativa moderna, dove la psicologia pesa più dell’azione e il cuore ha più spazio dell’onore.
Le donne nel Filostrato
Se nella Caccia di Diana le donne governavano il gioco con una sovranità ironica e luminosa, qui la figura femminile diventa più ambigua e, proprio per questo, più interessante.
Criseida non è santa, non è demone, non è simbolo. È umana.
Ama, teme, cede, cambia sentimento.
Boccaccio non la giudica con morale severa, ma non la eleva nemmeno a ideale intoccabile.
È quasi come se stesse sperimentando un nuovo modo di rappresentare le donne, né figure angeliche né antagoniste, ma creature che rispondono al tempo, alle pressioni, alle possibilità che hanno davanti.
Una rappresentazione sorprendentemente moderna.
Perché leggere il Filostrato
Perché è una delle prime grandi tragedie amorose della letteratura italiana in versi che si interessa più al cuore che all’onore.
Perché mostra un Boccaccio profondamente diverso da quello del Decameron, ma indispensabile per capire come ci è arrivato.
Perché esplora il dolore amoroso senza filtri, senza redenzione, senza idealizzazione, e questo fa del poema un documento emotivo rarissimo nel Trecento.
E perché, nonostante la sua atmosfera grave, il Filostrato anticipa una trasformazione che la narrativa italiana compirà secoli dopo, aprendo spazio per il romanzo psicologico e per l’analisi degli affetti come motore drammatico.
Alla fine il Filostrato lascia una sensazione precisa, quasi viscerale.
Quella di un giovane autore che non teme mostrarsi vulnerabile, che si lascia trascinare dall’amore fino ai margini più bui del dolore, e che proprio in questo abbandono costruisce una delle prime anatomie del sentimento nella nostra tradizione.
Non c’è ascesa, non c’è salvezza, non c’è armonia.
C’è un cuore che batte troppo forte per restare nascosto. invisibile.




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