Collodi arriva a Pinocchio dopo anni di lavoro nell’editoria scolastica. Ne conosce i meccanismi, le attese, le rigidità, il bisogno costante di trasformare ogni storia in una lezione. Non scrive da ingenuo, né da ribelle puro: scrive da qualcuno che sa benissimo quanto la pedagogia possa diventare una gabbia, soprattutto quando pretende di parlare dell’infanzia.
Eppure, quando Pinocchio nasce sulle pagine del Giornale per i bambini, succede qualcosa di ambiguo. Il libro non rifiuta apertamente la morale, ma la mette continuamente in crisi. La attraversa, la usa, la tradisce. È come se Collodi sapesse che per educare davvero, o forse semplicemente per raccontare, bisogna accettare il rischio di perdere il controllo.
La storia prende forma in un’epoca che chiede ordine, obbedienza, modelli chiari. Ma quello che emerge è il racconto ostinato di una fuga: dal banco, dalla pagina, dalla riga dritta. Un desiderio di movimento che non si lascia addomesticare fino in fondo.
Trama
Pinocchio nasce da un pezzo di legno che non vuole stare fermo. E già questo basta a incrinare l’autorità dell’adulto che lo crea. Le sue avventure non seguono un percorso di crescita lineare, ma una serie di deviazioni, cadute, scarti improvvisi, ritorni non risolutivi.
Ogni episodio sembra promettere una correzione, e ogni volta qualcosa sfugge. Quando Pinocchio tenta di “fare il bravo”, il mondo non lo premia: lo complica. La punizione non porta chiarezza, la redenzione non è stabile, l’errore non si lascia archiviare come fase superata.
È qui che nasce l’ambiguità che ancora oggi irrita molti lettori. Pinocchio parla continuamente di colpa, di obbedienza, di trasformazione morale, ma lo fa mostrando quanto questi concetti siano fragili, contraddittori, spesso sproporzionati rispetto alla vita reale di un bambino.
La storia non conduce serenamente verso una morale prefissata. Espone piuttosto il lettore a un mondo in cui fame, paura, desiderio e affetto convivono senza ordine gerarchico.
Movimento letterario
Pinocchio appartiene alla narrativa popolare e pedagogica dell’Ottocento, ma ne incrina i confini dall’interno. Non è una favola rassicurante, né un racconto edificante coerente. È un testo ibrido, che mescola satira, teatro, oralità, cronaca, scuola, strada.
È uno dei primi libri italiani a concedere al bambino il diritto di essere incoerente, di sbagliare ripetutamente, di non migliorare secondo i tempi e le aspettative dell’adulto. Ma questo diritto non viene mai concesso senza attrito: la morale è sempre lì, pronta a reclamare il suo spazio.
Ed è forse proprio questa tensione irrisolta — tra disciplina e fuga — a rendere il libro così disturbante.
Stile
La lingua di Pinocchio è viva, irregolare, spesso crudele. Corre, si interrompe, accelera, deraglia. L’ironia non consola: espone. La voce narrante non protegge davvero nessuno, nemmeno il protagonista.
C’è un tono che alterna complicità e rimprovero, leggerezza e severità, come se il libro stesso non sapesse da che parte stare. Non docilizza il lettore, ma non lo libera nemmeno del tutto. È una scrittura che promette verità, non conforto.
Ciò che funziona
Funziona questa energia instabile.
Funziona la vitalità ostinata di Pinocchio.
Funziona la capacità di Collodi di mostrare la morale mentre si incrina.
Funziona il ritratto di un’infanzia che tenta, sbaglia, resiste.
Funziona la lingua, ancora oggi più audace di molte narrazioni contemporanee.
E funziona, soprattutto, la possibilità di leggere oggi Pinocchio come un testo che non risolve l’infanzia, ma la espone.
Ciò che pesa (implicitamente)
Pesa il fatto che la punizione sia sempre in agguato.
Pesa l’idea che la salvezza passi comunque da una trasformazione accettabile per il mondo adulto.
Pesa quella tensione costante tra libertà raccontata e ordine desiderato.
Ed è comprensibile che questo renda il libro irritante, persino respingente, per alcuni lettori.
La mia esperienza di lettura
Rileggere Pinocchio dopo Cantù, Minuzzolo, La lanterna magica è stato come arrivare al centro di una contraddizione. Tutto sembrava portare qui alla scoperta che l’infanzia, quando finalmente prende la parola, non è mai del tutto compatibile con il progetto educativo che la contiene.
Il libro non chiede ammirazione. Non chiede adesione morale. Chiede di essere accompagnato nel suo disagio. Di osservare cosa succede quando un bambino rifiuta di essere solo una lezione e diventa, suo malgrado, un problema.
Lo consiglierei a un bambino di oggi
Sì, lo consiglierei, ma non ai più piccoli. Pinocchio funziona davvero quando il lettore ha già la capacità di distinguere la paura dal gioco, il rimprovero dall’ironia, il pericolo dalla fantasia. Lo proporrei dai nove o dieci anni, quando la storia non viene più presa alla lettera e può diventare un modo per parlare di errori, desideri e libertà senza che tutto sembri un ammonimento.
Non è un libro pensato per rassicurare e forse è proprio questo che lo rende prezioso. Mostra un’infanzia piena di ostinazioni e scarti improvvisi e invita a osservare il mondo adulto con un certo sorriso laterale. Per un bambino di oggi può essere una lettura che allarga lo sguardo senza imporre modelli e che permette di incontrare la complessità con leggerezza.




Lascia un commento