Avevo già visto il Pinocchio della Disney, ovviamente, ma rivederlo dopo aver letto il libro è stata un’esperienza quasi straniante. È come entrare in una casa che conoscevi benissimo e accorgerti che, sotto le pareti colorate di ricordi, c’erano porte che non avevi mai aperto davvero. Collodi era ancora vivo nella mia mente, con quella lingua ruvida e scattante, e il confronto con il film del 1940 diventava inevitabile. Una specie di doppia esposizione, come quando si sovrappongono due fotografie per scoprire quali tratti resistono e quali si dissolvono.

Perché proprio questo film

Tra tutte le versioni esistenti, questa è quella che ha definito l’immaginario collettivo. È la faccia ufficiale di Pinocchio, quella che per anni ci ha fatto credere che la storia fosse dolce, ordinata e luminosa come un teatrino in technicolor. Dopo il libro, però, sentivo il bisogno di tornarci, quasi per capire come la Disney avesse addomesticato quel bambino di legno che, nelle pagine di Collodi, sembra sempre sul punto di scappare dalla frase. Anche perché il film del 1940 appartiene a un’altra idea di infanzia, più rassicurante, più controllata, un mondo dove il disordine viene lucidato fino a brillare.

La trama come una strada perfettamente spianata

Ritroviamo Geppetto, la Fata Azzurra, il Grillo Parlante con il suo buon senso portatile, e tutte le tentazioni che segnano il cammino del burattino. Ma se nel libro ogni situazione nasce come una fenditura imprevedibile, nel film tutto scorre con una linearità impeccabile. La narrazione sembra costruita su una rotaia invisibile. Gli errori di Pinocchio diventano brevi deviazioni che servono soprattutto a ribadire il percorso giusto. La libertà selvaggia del personaggio letterario si trasforma in un desiderio di conformarsi alla bontà, come se disobbedire fosse meno una pulsione vitale e più un piccolo inconveniente educativo.

Regia e stile che brillano ancora

Rivedendolo oggi colpisce la cura maniacale della messa in scena. La multiplane camera crea una profondità così naturale che i fondali sembrano respirare. La luce scivola con un’eleganza quasi teatrale, passando da ombre lunghe a bagliori improvvisi. La bottega di Geppetto appare come un luogo antico, pieno di oggetti che raccontano storie in silenzio. Tutto è accurato, preciso e sorprendentemente moderno per un film che ha ormai più di ottant’anni. È evidente il piacere artigianale di costruire un mondo credibile, un mondo dove ogni piccola cosa ha un peso narrativo.

Il film nasce nel 1940, in un mondo che stava iniziando a tremare sotto i piedi. Guardandolo oggi è impossibile non percepire una tensione sotterranea. La storia promuove l’idea che la salvezza passi attraverso l’obbedienza, la purezza, il ritorno al sentiero giusto. È come se la Disney avesse voluto proteggere l’infanzia dal caos crescente del mondo reale. E mentre Collodi accoglie il disordine come forza vitale, la versione americana lo nasconde dietro una morale luminosa. Due modi completamente diversi di guardare un bambino che cresce, uno aperto alla complessità e l’altro alla rassicurazione.

Cosa funziona

La bellezza dell’animazione è ancora stupefacente. Alcune scene possiedono una potenza visiva che non si attenua con il tempo, come il Paese dei Balocchi che inizia come un sogno zuccherato e si trasforma lentamente in un incubo lucidissimo. Il ritmo è calibrato con una precisione quasi musicale. Il Grillo Parlante conserva quel suo fascino da voce interna che tutti vorremmo avere ma che spesso ignoriamo.

Cosa non convince fino in fondo

La morale appare più pesante di quanto ricordassi, come una figura adulta che rimane sempre sullo sfondo pronta a intervenire. Pinocchio perde parte della sua vitalità contraddittoria e diventa più ingenuo, più piccino, quasi scolpito per essere un esempio. Il caos, invece di essere accolto, viene trasformato in una lezione da imparare.

Lo consiglierei ai bambini di oggi?

La domanda sembra semplice ma in realtà si apre come una scatola piena di piccole inquietudini. Pinocchio del 1940 è un film dolcissimo in superficie e sorprendentemente oscuro nei suoi sottoboschi narrativi. Per questo lo consiglierei ai bambini, sì, ma solo quando hanno già un’età in cui la fantasia non viene più scambiata automaticamente per minaccia.

Il Paese dei Balocchi è ancora oggi una delle sequenze più disturbanti dell’animazione classica. La trasformazione in asini, la perdita della propria voce, quel senso improvviso di punizione cosmica che scivola nella scena senza chiedere permesso. E la balena, con il suo buio compatto e l’eco delle onde che sembrano inghiottire tutto, è l’immagine perfetta di una paura infantile che non ha ancora imparato a tradursi.

Per questo direi che il film funziona davvero a partire dagli otto o nove anni, quando il bambino è già capace di riconoscere che il terrore non é un presagio ma un artificio narrativo. A quell’età la storia diventa un terreno ricco per parlare di scelte, di responsabilità, ma anche di come il desiderio possa spingere in direzioni imprevedibili senza che questo significhi una condanna.

Per i più piccoli invece il film può risultare troppo intenso. La sua atmosfera ombrosa e alcuni momenti di pericolo molto marcati richiedono un bagaglio emotivo che ancora non é del tutto formato. È un’opera che chiede partecipazione e non solo occhi spalancati.

La mia esperienza rivedendolo dopo il libro

Questa nuova visione è stata una specie di riconciliazione lenta. Mi ha commosso la scena finale, quando Pinocchio diventa un bambino vero. Nel libro ho sempre percepito quel momento con un’ironia sottile, come se la vita adulta non fosse necessariamente una promozione. Nel film invece la trasformazione è trattata come un dono, un atto di grazia. E io, sorpresa da me stessa, ho sentito un calore piccolo e persistente nello stomaco, come se avessi bisogno proprio di quel lieto fine un po’ ingenuo.

Alla fine il Pinocchio della Disney rimane un classico che tenta di mettere ordine là dove Collodi lasciava esplodere il mondo. Eppure, nonostante la sua voglia di controllo, qualcosa del vecchio caos sopravvive e continua a muoversi nelle pieghe del film. Forse è per questo che lo si guarda ancora oggi con affetto. Perché non riesce del tutto a domare il burattino che lo abita.

Una risposta a “Pinocchio (1940)”

  1. Grazie per averne parlato. Ho letto e apprezzato molto la tua analisi. Tra tutte le trasposizioni di Pinocchio, è quella che preferisco. Questa rielaborazione l’ho adorata, soprattutto sotto il lato tecnico. Invece la trama è pur sempre Pinocchio, ma ha il merito di distanziarsene quanto basta per non esserne inghiottita. Non la trovo oscura, pedante e didascalica, ma lo reputo più un percorso più sul coming of age in versione light.

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