Ci sono serie che scegli quasi per riconoscimento immediato, prima ancora di sapere esattamente perché. Con Parenthood è andata così. Avevo amato This Is Us, quel modo di raccontare la famiglia per strati, con affetto e frizione insieme, e Parenthood mi sembrava avere quella stessa “aria”. Era su Netflix, quindi è stata una scelta quasi istintiva, come seguire una traccia emotiva già familiare.

La trama, i nuclei e lo sviluppo nelle stagioni

La serie è composta da 6 stagioni e questa durata le permette di lavorare sul tempo in modo molto naturale. Non ha fretta, lascia che i personaggi cambino lentamente, a volte quasi senza accorgersene.

Al centro c’è la famiglia Braverman, con i genitori, Zeek e Camille, e i loro quattro figli adulti. Più che un “punto fermo”, Zeek e Camille rappresentano una generazione che cerca di restare unita mentre tutto intorno cambia. Anche il loro matrimonio evolve, mostrando che nemmeno il legame più lungo è davvero statico.

I nuclei narrativi si articolano attorno ai figli:

  • Adam e Kristina Braverman: Adam è il più “responsabile”, quello che cerca sempre di tenere tutto sotto controllo. Il loro arco è fortemente segnato dal percorso del figlio Max, che è nello spettro autistico. Qui la serie lavora molto sulla genitorialità concreta, fatta di tentativi, frustrazione, adattamento continuo. È uno dei nuclei più emotivamente intensi.
  • Sarah Braverman: Sarah è forse il personaggio più instabile, nel senso più umano del termine. Torna a vivere dai genitori dopo un divorzio, con i figli Amber e Drew. Rappresenta il tentativo di ricominciare quando la vita non è andata come previsto. Amber è impulsiva, piena di slanci e cadute, mentre Drew è più introverso, quasi in ascolto costante del mondo.
  • Crosby Braverman: Crosby entra nella serie come il fratello meno maturo, quasi sospeso. La scoperta di avere un figlio, Jabbar, lo costringe a ridefinirsi. Il suo percorso è tutto sul passaggio alla responsabilità, senza perdere del tutto quella leggerezza che lo caratterizza. La relazione con Jasmine aggiunge un livello importante su identità e compromesso.
  • Julia e Joel Graham: Julia è una donna molto strutturata, con una carriera importante, mentre Joel si muove inizialmente in una dimensione più domestica. Il loro equilibrio cambia nel tempo, soprattutto con l’adozione di Victor. Questo nucleo mette in scena tensioni legate ai ruoli, alle aspettative e a cosa significa davvero “realizzarsi”.

Quello che colpisce è come ogni nucleo non sia chiuso, ma in continuo dialogo con gli altri. Le dinamiche familiari attraversano tutto, creando una rete di influenze reciproche.

Regia, stile e linguaggio

Dal punto di vista formale, la serie sceglie un realismo molto marcato. Camera a mano, inquadrature ravvicinate, dialoghi che spesso si sovrappongono. C’è una ricerca di naturalezza che richiama certo cinema indipendente americano.

La regia non vuole farsi notare, e proprio per questo funziona. Lascia spazio agli attori, ai tempi delle conversazioni, ai silenzi. È una messa in scena che costruisce intimità più che spettacolo.

Uno sguardo sulle relazioni

Guardandola con un minimo di distanza, emerge anche come la famiglia sia un luogo dove i ruoli si distribuiscono in modo non sempre equo. Alcuni personaggi sostengono più degli altri, emotivamente e praticamente.

Le figure femminili, in particolare, portano spesso il peso della cura e della mediazione. Non viene mai dichiarato apertamente, ma si sente nei dettagli, nella fatica che affiora, nelle scelte rimandate. Allo stesso tempo, la serie evita di semplificare, mostrando anche le fragilità maschili e i tentativi, a volte goffi, di ridefinirsi.

Punti di forza e limiti

Il punto di forza principale è la costruzione dei personaggi nel tempo. La serie si prende il lusso di farli evolvere senza forzature.

Tra i limiti, a volte alcune soluzioni emotive risultano un po’ prevedibili, e certi conflitti tendono a ripresentarsi con variazioni minime. Ma anche questo, in fondo, rispecchia il funzionamento reale delle relazioni.

La mia esperienza

Guardare Parenthood è stato come entrare in una routine condivisa. Non è una serie che ti tiene con il fiato sospeso, ma una che ti accompagna. A un certo punto smetti di “seguirla” e inizi a viverla. Ti accorgi che ti importa di quei personaggi, delle loro scelte, dei loro piccoli fallimenti.

A chi la consiglio

La consiglierei a chi ha amato This Is Us e cerca qualcosa di simile per sensibilità. A chi è interessato a storie di famiglia che non cercano soluzioni facili, ma osservano come i legami si costruiscono e si trasformano nel tempo.

È una serie per chi ha pazienza, per chi è disposto a restare dentro le sfumature. E forse è proprio lì che lascia qualcosa, in quello spazio in cui le relazioni non si risolvono, ma continuano.

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