Uno di quei film che partono leggeri, quasi da commedia, ma che sotto nascondono una domanda un po’ più scomoda. All’inizio sembra una variazione contemporanea della classica storia “e se il mondo fosse diverso”. Ma poi ci si accorge che non è tanto un altro mondo, è il nostro, solo leggermente spostato.
La trama come esperimento
Ennio è un informatico completamente immerso nella tecnologia. La sua vita è fatta di automatismi, schermi, abitudini digitali che ormai non percepisce nemmeno più. Poi succede qualcosa di quasi assurdo, un passaggio accidentale lo porta in un universo parallelo dove il progresso tecnologico si è fermato agli anni Novanta.
Internet non esiste, gli smartphone nemmeno, e ogni tentativo di farli esistere viene represso.
È una premessa che potrebbe facilmente diventare pura gag, e in parte lo è, ma il film la usa come un piccolo laboratorio. Non tanto per dire “prima era meglio”, ma per osservare cosa cambia davvero quando spariscono certe mediazioni.
Uno sguardo che oscilla
Quello che mi ha colpita è che il film non prende mai una posizione rigida. Non costruisce un mondo ideale alternativo, né demonizza quello attuale.
C’è una certa attenzione a come la tecnologia non sia solo uno strumento, ma un ambiente. Ennio, all’inizio, non sa più come muoversi senza. E non è solo una questione pratica, è quasi percettiva.
Allo stesso tempo, il mondo “analogico” non è affatto puro. È controllato, limitato, attraversato da una forma di repressione che rende evidente un altro tipo di problema. Togliere la tecnologia non significa automaticamente liberarsi.
Ed è qui che il film diventa interessante, perché lascia emergere una domanda che resta un po’ sospesa quanto delle nostre vite è davvero scelto, e quanto è semplicemente adattamento a ciò che abbiamo intorno
Regia e tono
La regia, firmata anche da Maccio Capatonda insieme a Danilo Carlani e Alessio Dogana, resta sempre dentro un registro accessibile. Non cerca mai di diventare troppo “cinematografica” nel senso più autoriale. Eppure, proprio questa semplicità funziona.
C’è un uso abbastanza pulito del contrasto tra i due mondi, senza effetti visivi invadenti. Il cambiamento si sente più nei comportamenti, nei tempi, nei dialoghi. È come se la differenza non fosse nello spettacolo, ma nel ritmo.
Il film lavora su qualcosa che il cinema contemporaneo esplora spesso, anche se qui in modo più leggero, l’idea che la realtà non sia data una volta per tutte, ma costruita attraverso le condizioni materiali in cui viviamo E la tecnologia, in questo senso, non è neutra. Organizza il tempo, l’attenzione, le relazioni.
Una storia d’amore dentro il sistema
Il rapporto con Viola non è solo un elemento narrativo, è quasi un punto di tensione tra i due mondi. Lei esiste in entrambe le realtà, ma in modo diverso. E questo crea una specie di instabilità affettiva interessante, come se anche i legami non fossero indipendenti dal contesto in cui si sviluppano. Non è una storia d’amore idealizzata. È una relazione che cambia insieme alle condizioni che la rendono possibile.
Cosa funziona, cosa meno
Funziona bene questa capacità di partire da una premessa semplice e far emergere qualcosa di più. Anche il tono, che non diventa mai pesante, aiuta a lasciare spazio allo spettatore.
Alcuni passaggi però restano un po’ superficiali. Ci sono momenti in cui il film sembra accennare a una riflessione più profonda, soprattutto sul controllo e sulla dipendenza, ma poi torna indietro, come se non volesse spingersi troppo oltre. Anche il finale ha qualcosa di veloce, quasi trattenuto. Non chiude davvero, ma nemmeno apre completamente.
La mia esperienza
Guardandolo, ho avuto quella sensazione un po’ strana di riconoscimento. Non tanto nella trama, ma nei gesti, nelle abitudini. Il film non mi ha fatto “pensare” nel senso più diretto, ma mi ha spostata leggermente. Come quando ti accorgi di qualcosa che era sempre stato lì, solo che non lo vedevi più. E dopo, tornare al telefono, alle notifiche, a quel flusso continuo, ha avuto per un attimo un peso diverso.
A chi lo consiglierei
A chi cerca una commedia che non sia solo intrattenimento, ma che lasci una piccola traccia.
A chi è interessato a storie contemporanee che parlano del presente senza diventare esplicitamente teoriche.
E forse soprattutto a chi ha la sensazione, anche vaga, che il rapporto con la tecnologia sia diventato qualcosa di più complesso di quello che sembra.
Non è un film che dà risposte. Ma è uno di quelli che, con discrezione, cambia leggermente le domande.




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