Immagina quei libri che ti lasciano con un’inquietudine addosso, come un’ombra che non riesci a scrollarti di dosso. Ecco, Zombie di Joyce Carol Oates è proprio questo: un’immersione totale nell’oscurità della mente umana. Non è un thriller qualunque, ma un viaggio nella mente di un serial killer, un’esperienza che ti porta a confrontarti con l’abisso psicologico in modo diretto e inquietante. Pubblicato nel 1995, Zombie si ispira ai crimini reali di Jeffrey Dahmer e racconta la storia di Quentin P., un uomo apparentemente normale che nasconde un’ossessione disturbante: vuole creare il suo “zombie”, un essere umano completamente sotto il suo controllo, privato di volontà e desiderio. E con la maestria che contraddistingue Joyce Carol Oates, il lettore è portato a entrare nella mente di Quentin come se si trovasse in un pozzo buio, senza vie d’uscita.

Joyce Carol Oates è una delle scrittrici più prolifiche e versatili della letteratura americana contemporanea. La sua carriera comprende romanzi, racconti, saggi e persino opere teatrali, e ogni suo lavoro esplora le complessità dell’essere umano, spesso nelle sue forme più estreme. In Zombie, prende un grande rischio narrativo mettendo il lettore direttamente nella prospettiva di un serial killer. Questo crea un effetto straniante: leggiamo i pensieri di Quentin e veniamo trascinati nel suo mondo oscuro, come spettatori silenziosi. Ma Oates non vuole che capiamo o giustifichiamo Quentin; vuole che ci confrontiamo con il male in modo brutale, senza filtri né scuse.

Quentin P. è ossessionato dal controllo assoluto, e il suo concetto di “zombie” rappresenta il suo ideale di obbedienza totale. Per lui, le altre persone non sono altro che oggetti, qualcosa che può modellare a piacimento. La sua logica contorta e disturbante è esposta in un modo talmente preciso che ogni suo pensiero sembra quasi giustificato nella sua mente malata. Pianifica le sue azioni come uno scienziato pazzo, prendendo appunti e sperimentando tecniche raccapriccianti per raggiungere il suo obiettivo. Vuole una persona completamente priva di volontà propria, una “creatura” che non opponga resistenza, ma che sia sottomessa al suo volere.

La narrazione della Oates è diretta, quasi clinica, ma con una crudezza poetica che non lascia scampo. Il libro è strutturato come una serie di pensieri frammentati, simili a pagine di diario o appunti di un manuale contorto. Questo stile ricorda la confusione mentale del protagonista, un flusso di coscienza che, nel suo essere così privo di umanità, lascia il lettore sconvolto e intrappolato. È come osservare un incidente al rallentatore: orribile, ma impossibile da ignorare.

Il personaggio di Quentin è basato su Jeffrey Dahmer, il “Cannibale di Milwaukee”, che aveva anch’egli l’ossessione di controllare le sue vittime, tentando di creare dei partner sottomessi. In Zombie, Quentin è una versione fittizia di questo tipo di psicopatico, e Oates va oltre la semplice descrizione dei suoi crimini, portandoci a esplorare il vuoto emotivo e l’animo depravato che lo caratterizzano. È come assistere a una dissezione psicologica, senza cercare spiegazioni o giustificazioni.

Zombie non è un thriller per tutti, né un libro da leggere alla leggera. È uno studio intenso e profondo sull’oscurità dell’animo umano, che mette il lettore faccia a faccia con una follia fredda e senza scopo. Oates non offre alcuna redenzione, né una morale che possa alleviare l’angoscia; invece, ci spinge a riconoscere che esiste un male che non ha spiegazione, che cresce nell’ombra, senza senso o giustificazione.

Alla fine, Zombie lascia un senso di irrequietezza che persiste. È uno di quei libri che, una volta chiuso, continuano a ossessionarti. Joyce Carol Oates non ci regala una semplice storia dell’orrore, ma una riflessione spietata su quanto possa essere fragile l’apparenza di normalità. Zombie non è una storia che cerca il lieto fine, ma piuttosto una discesa nel lato più oscuro dell’umanità, quello che preferiremmo non vedere, ma che di tanto in tanto ci costringe a guardarlo dritto negli occhi.

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5 risposte a “Zombie”

  1. Ero convinta di aver letto qualcosa di questa autrice ma forse mi sbaglio, questo però sono certa di non averlo letto. Direi inquietante… Grazie per la recensione

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    1. Zombie è davvero inquietante, un pugno nello stomaco più che una lettura leggera. Se decidi di provarlo, preparati a una discesa negli abissi! E grazie a te per essere passata ❤️

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  2. Ho letto diversi libri di Joyce Carol Oates, nel corso degli anni: alcuni mi sono sembrati molto belli, altri meno riusciti. Si tratta di un’autrice davvero molto prolifica e varia nella sua produzione!

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    1. Hai ragione, la prolificità della Oates è impressionante, ed è normale che alcuni libri colpiscano più di altri. Zombie, con il suo stile così diretto e disturbante, è sicuramente tra i suoi lavori più estremi

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  3. Bellissimo

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