L’ultimo film che avevo visto era Saltburn (clicca qui per leggere la mia recensione), un’esperienza intensa, piena di eccessi e caos. Poi è arrivato The Quiet Girl, ed è stato come fermarsi, respirare e lasciare che il silenzio parlasse. Questo film, disponibile su RaiPlay e con una durata di 1h32, non ha bisogno di grandi gesti per farsi sentire: trova forza nei dettagli e in una delicatezza rara.
La trama
Siamo nell’Irlanda rurale degli anni ’80. Cáit è una bambina di nove anni, introversa, quasi invisibile nella sua famiglia numerosa e caotica. Il padre è spesso assente, la madre è sopraffatta, e lei cresce un po’ in disparte, osservando tutto senza mai farsi sentire davvero. Non è difficile immaginare quanto si senta fuori posto, come se il mondo attorno a lei non avesse spazio per la sua presenza silenziosa.
Un giorno, però, viene mandata a vivere con dei parenti lontani per l’estate. Eibhlín e Seán, una coppia senza figli, la accolgono nella loro casa semplice, circondata dal verde. Non ci sono grandi discorsi, né svolte narrative clamorose. Ma è proprio in quella casa, in mezzo a piccoli gesti e sguardi gentili, che Cáit scopre qualcosa di nuovo: cosa significa essere accettata, ascoltata, amata.
Non aspettatevi colpi di scena o drammi espliciti. Questo è un film che racconta le emozioni attraverso il quotidiano: una tazza di latte lasciata sul tavolo, una mano che si posa su una spalla al momento giusto.
Una regia che sa farsi da parte
Colm Bairéad, il regista, adotta uno stile che si potrebbe definire “trasparente”. Non c’è niente di superfluo: la macchina da presa segue Cáit con discrezione, posizionandosi spesso alla sua altezza, per farci vedere il mondo come lei lo percepisce. Questo punto di vista rende la narrazione incredibilmente intima.
La fotografia è poetica nella sua semplicità. I paesaggi verdi dell’Irlanda sembrano respirare, e la luce naturale che inonda ogni scena rafforza l’autenticità del racconto. Anche la scelta di girare in irlandese (gaelico) è significativa: aggiunge una dimensione culturale e crea un legame profondo con la terra e il tempo in cui la storia è ambientata.
Un’esperienza che ti chiede di rallentare
Guardando The Quiet Girl, mi sono resa conto che non è un film da guardare soltanto. È un film da sentire, quasi da vivere, come se il silenzio stesso diventasse un ponte tra te e Cáit. Ti invita a rallentare, a lasciare che ogni immagine, ogni rumore e ogni pausa trovino il loro spazio.
Non ci sono momenti costruiti per stupire, eppure ti stupisce lo stesso. Ti accorgi di quanto ti stai affezionando a quei piccoli dettagli, a quelle mani che sfiorano il tavolo, a uno sguardo che dura qualche secondo in più. È un racconto che respira, e tu respiri con lui.
E alla fine, quando il film termina, ti rendi conto che ti ha lasciato qualcosa. Non te ne vai con risposte chiare o con tutte le emozioni risolte, ma con la sensazione di aver condiviso un frammento di vita reale. Un’estate passata a scoprire che il silenzio può essere più eloquente di mille parole.
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