📺 Disponibile su Raiplay
📽️ Durata: 1h31

Ci sono film che arrivano in punta di piedi, senza esplosioni narrative o grandi colpi di scena, solo una storia ben raccontata che ti rimane addosso. Fremont è uno di questi. Diretto da Babak Jalali, è uno di quei drammi minimalisti che dicono tanto con poco – e lo fanno in un modo strano e affascinante.

La Trama

Donya, la protagonista, è una giovane afghana che ha lavorato come traduttrice per l’esercito americano. Ora vive a Fremont, in California, e cerca di ricostruire la sua vita. Abita da sola, lavora in una fabbrica di biscotti della fortuna e, tra sedute con uno psichiatra eccentrico e cene solitarie, porta addosso un silenzio che pesa più di mille parole. Un giorno, in un impeto, decide di infilare un messaggio personale in uno dei biscotti. Un piccolo gesto che, in un film come questo, ha il peso di una grande scelta.

Dietro la semplicità della trama si nasconde un peso enorme: la condizione dei rifugiati e degli immigrati che, anche lontano dalla guerra, continuano a vivere in una sorta di limbo interiore. Donya non parla mai esplicitamente del suo passato, ma è in tutto quello che fa – nel suo modo di muoversi nello spazio, nella difficoltà di creare legami, nella malinconia che sembra scolpita nel suo volto. Fremont parla di solitudine, di appartenenza e di quel desiderio quasi infantile di essere visti.

Stile e Regia

Se Jim Jarmusch e Aki Kaurismäki avessero un figlio cinematografico, probabilmente assomiglierebbe a Fremont. La fotografia in bianco e nero gli dà un tocco fuori dal tempo, e la regia di Jalali punta sul silenzio, sull’umorismo secco e su quei momenti di strana assurdità che lo rendono tragicomico. Il film scorre lentamente, senza fretta di arrivare a una conclusione, il che potrebbe mettere alla prova chi ama trame più dinamiche. Ma questa lentezza ha senso: Fremont non vuole raccontare un’epopea, solo catturare la vita di chi vive ai margini.

La mia esperienza

Non è stato amore a prima vista. Nei primi minuti pensavo fosse “solo un altro indie bello e contemplativo”. Ma qualcosa in Donya mi ha agganciata. Forse il suo modo di occupare lo spazio come se chiedesse scusa per esistere, forse l’assurdità dello psichiatra che la segue, o forse il fatto che Fremont riesce a raccontare la solitudine senza bisogno di spiegarla.

Non è un film perfetto. In alcuni momenti avrei voluto che la storia osasse di più, che approfondisse meglio certe relazioni. Il finale, pur essendo poetico, potrebbe sembrare troppo aperto per chi ama le storie con una chiusura netta. Ma Fremont non è un film di risposte, è un film di echi – e quegli echi li ho sentiti per giorni.

Vale la pena?

Se ami i film introspettivi, con pochi dialoghi, una fotografia meravigliosa e quella malinconia delicata che si mescola a un sorriso sottile, Fremont fa per te. Se invece hai bisogno di ritmo veloce e trame ben strutturate, forse è meglio cercare un altro biscotto della fortuna.

I film che ti segnano di più sono quelli che non ti dicono esattamente cosa provare. Ed è proprio quello che Fremont ha fatto con me.

4 risposte a “Fremont (2023)”

  1. Segno e recupero, è proprio “il mio genere”.

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  2. In linea teorica, è una storia che apprezzerei molto perché mi interessa l’argomento; in pratica, però, non credo che ce la farei a vedere certe cose raccontate a video. Diverso se fosse un libro…

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