📺 Disponibile su Mubi
📽️ Durata: 1h51
Ci sono film che non urlano, non cercano di scioccare, ma lasciano un peso che non si dissolve. Prayers for the Stolen (Noche de Fuego, 2021), di Tatiana Huezo, è uno di quei film. Non racconta la violenza in modo diretto, ma la fa sentire in ogni scena, in ogni silenzio.
La trama – infanzia rubata, vite sospese
In un villaggio sperduto tra le montagne del Messico, le bambine crescono imparando a nascondersi. Ana, Paula e Maria giocano tra le piantagioni di papavero, parlano di futuro, sognano. Ma tutto attorno a loro dice che il futuro non è garantito.
Le madri tagliano i capelli delle figlie per farle sembrare maschi. C’è un buco scavato nella terra, pronto a diventare un rifugio quando arrivano uomini armati. Il pericolo è una costante, anche se nessuno ne parla ad alta voce.
Non c’è un evento scatenante, non c’è un grande climax. Il film segue le ragazze dall’infanzia all’adolescenza, mostrando la loro vita sospesa tra la voglia di vivere e la paura di sparire.
Il contesto – la minaccia invisibile che governa le vite
Tatiana Huezo, con la sua esperienza nel cinema documentaristico, costruisce la narrazione con una delicatezza spietata. Non c’è bisogno di mostrare esplicitamente la violenza: il vero orrore è nel sottinteso, nel silenzio carico di significato, negli sguardi di madri che sanno già quale sarà il destino delle loro figlie.
In Messico, la violenza legata al narcotraffico ha portato alla sparizione di migliaia di donne, molte delle quali vittime del traffico di esseri umani. Ma Prayers for the Stolen non è solo un film sul Messico. È un film su qualsiasi luogo in cui essere donna significa vivere nella paura, imparare fin da bambine a non farsi notare, a camminare veloci, a non attirare l’attenzione.
Il film racconta questa paura senza mai nominarla. Non c’è un cartello della droga identificabile, né un “cattivo” preciso. La minaccia è ovunque e in nessun luogo, un’ombra che si insinua nella vita quotidiana senza mai farsi vedere del tutto.
Stile e regia – la bellezza che soffoca
Visivamente, Prayers for the Stolen è un film di rara bellezza. Le montagne, la luce naturale, il vento che soffia tra gli alberi: ogni immagine potrebbe appartenere a un mondo idilliaco. Ma in questo contesto, la natura non protegge, non salva, rimane solo a osservare.
Huezo sceglie uno stile vicino al documentario, con attori non professionisti che rendono ogni scena più autentica. Il ritmo è lento, paziente, quasi ipnotico. Non ci sono colpi di scena, non c’è musica drammatica a sottolineare le emozioni. Solo i suoni della foresta, spari in lontananza, il silenzio pesante della notte.
E poi, quando la violenza arriva, non è spettacolarizzata, non è enfatizzata. È secca, veloce, ineluttabile.
La mia esperienza – un pugno nello stomaco silenzioso
Alla fine del film, sono rimasta immobile, incapace di decidere cosa provare. Non è un film che si processa subito, rimane dentro, riaffiora nei pensieri quando meno te lo aspetti.
Lascia frustrazione, perché non offre risposte, non concede una liberazione emotiva. Non ci sono vincitori o vinti, solo persone intrappolate in una realtà senza vie d’uscita.
Vale la pena vederlo?
Assolutamente sì, ma non è un film per tutti. Prayers for the Stolen non è pensato per intrattenere, ma per far sentire, per far riflettere, per ricordare ciò che spesso preferiremmo ignorare.
È un film che non si dimentica, perché parla di vite che spesso vengono dimenticate. E questa è la sua forza più grande.





Scrivi una risposta a Libri per Oggi – Tamiris Cancella risposta