Ho deciso di guardare Batali The Fall of a Superstar Chef perché, nel tempo, avevo incrociato più volte il suo nome senza mai sentire qualcuno liquidarlo come semplice cronaca scandalistica, e questo tipo di reputazione mi incuriosisce sempre. Tendo a diffidare dei racconti che promettono solo rivelazioni e cadute spettacolari, mentre mi interessa molto di più capire come un sistema permette a certe dinamiche di esistere così a lungo. Il fatto che fosse disponibile su Discovery Plus ha reso facile iniziare, ma quello che mi ha tenuta lì è stato il modo in cui la storia viene costruita, con calma e senza fretta di arrivare a una conclusione morale preconfezionata.
Di cosa parla davvero
Il documentario racconta l’ascesa e la caduta di Mario Batali, ma sarebbe riduttivo dire che parli solo di lui. Piuttosto, usa la sua figura come punto di accesso a un mondo preciso, quello dell’alta ristorazione e dello star system culinario, dove talento, potere e impunità hanno spesso convissuto senza troppe domande. La narrazione si concentra meno sull’evento della denuncia e più sul prima, su tutto ciò che è stato normalizzato, giustificato o ignorato finché ha continuato a funzionare.
Linguaggio documentario e stile
Lo stile è sobrio e lineare, privo di effetti sensazionalistici, e costruisce il proprio impatto attraverso l’accumulo di testimonianze, immagini d’archivio e silenzi. La regia non spinge mai lo spettatore verso una reazione precisa, ma lascia che siano i materiali stessi a parlare, mostrando come certe dinamiche fossero sotto gli occhi di tutti. È un approccio che privilegia l’osservazione alla denuncia diretta, e proprio per questo risulta più inquietante.
Il documentario diventa una riflessione molto chiara su come il mito del genio, soprattutto maschile, abbia storicamente funzionato come scudo. Il talento diventa giustificazione, il carisma diventa protezione, il successo diventa silenzio collettivo. Senza mai dirlo esplicitamente, la serie mostra come il potere non sia solo individuale, ma strutturale, sostenuto da intere filiere di persone che traggono beneficio dal non vedere.
Cosa funziona
• La scelta di raccontare il caso senza trasformarlo in un prodotto scandalistico, lasciando spazio alla complessità
• L’uso intelligente dei materiali d’archivio, che mostrano quanto certi segnali fossero già presenti e visibili
• Il modo in cui il documentario allarga il discorso dal singolo individuo alla cultura che lo ha reso intoccabile
Cosa funziona meno
• Una struttura piuttosto lineare che, a tratti, avrebbe potuto osare di più dal punto di vista narrativo
• Alcuni passaggi che restano in superficie e che avrebbero meritato un approfondimento maggiore sul contesto industriale
La mia esperienza di visione
Guardarlo è stato meno scioccante di quanto mi aspettassi e molto più rivelatore di quanto pensassi. Non ho provato sorpresa, quanto piuttosto una sensazione di riconoscimento, quella consapevolezza scomoda che arriva quando capisci che certe storie non sono eccezioni, ma modelli che si ripetono. È uno di quei documentari che non ti colpiscono con un singolo momento, ma che lavorano lentamente, lasciando una traccia più lunga.
È impossibile non collegare questo racconto al mondo di oggi, in cui molte industrie stanno finalmente facendo i conti con le proprie zone d’ombra. Batali diventa il simbolo di un’epoca in cui il successo proteggeva tutto e tutti, ma anche un promemoria del fatto che il cambiamento non riguarda solo chi cade, bensì i meccanismi che hanno reso quella caduta inevitabile e così tardiva.
A chi lo consiglio
Lo consiglio a chi è interessata ai documentari che vanno oltre la cronaca e provano a leggere i fenomeni culturali nel loro insieme. A chi vuole capire come il potere si costruisce e si mantiene nel quotidiano, spesso senza rumore. E a chi crede che guardare queste storie non serva solo a giudicare il passato, ma anche a interrogare il presente con un po’ più di attenzione.




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