Questo post è fuori programma. Io parlo sempre di film e serie con quella posa da cinefila ordinata, ma la verità è che mi piace osservare i reality come si osserva il comportamento sul campo. Quindi oggi mi sono presa questo spazio, perché a volte è proprio dentro un formato considerato “minore” che la società si lascia vedere senza filtro.

Pensavo fosse amore è una serie dell’universo Discovery+ che raccoglie storie vere di truffe sentimentali online. Persone convinte di vivere una relazione e che, a un certo punto, scoprono di essere finite dentro una trama di bugie, manipolazione e spesso anche danni economici.

Perché mi interessa

La reazione più immediata, guardandola, è pensare come si fa a cascarci. Solo che questa domanda nasce già storta, perché dà per scontato che il problema sia l’ingenuità individuale, quando in realtà questi meccanismi si appoggiano su cose molto più collettive.

La serie fa vedere una cosa davvero interessante, anche senza chiamarla così. La truffa non inventa l’amore, lo copia. Copia l’amore che la cultura ci ha insegnato a desiderare. Usa repertorio. Messaggi continui. Intimità accelerata. Promesse di futuro prima ancora di costruire un presente. Quella sensazione irresistibile di essere scelti in mezzo al rumore.

E funziona anche perché la vita contemporanea spesso ti lascia con poca comunità e tanta performance. Si vive lontani, si lavora troppo, si è stanchi, ci si parla a note vocali, ci si incontra dentro uno schermo. Quando arriva qualcuno che offre presenza, cura e una storia pronta, quella cosa può suonare come un riparo emotivo. Non è debolezza. È bisogno. E il bisogno è una porta.

Il reality come documento sociale

I reality hanno questo potere un po’ indecente di fare da specchio senza chiedere permesso. Prendono cose che di solito viviamo in silenzio, la solitudine, la vergogna, il desiderio di ricominciare, la paura di restare fuori dalla vita degli altri, e le mettono sotto una luce forte. E forse è anche per questo che molti li liquidano come spazzatura, perché non è sempre comodo riconoscersi.

Qui la ferita non è solo la menzogna. È scoprire che ciò che sembrava intimo era un copione. Non è solo quello che perdi, è la fiducia nella tua lettura del mondo che si incrina. Ti ritrovi a dubitare del tuo istinto, del tuo radar, perfino del tuo modo di sentire.

Cose che la serie fa bene

  • Dà volto e complessità alle persone, senza trasformarle in caricature
  • Ti aiuta a vedere i pattern della manipolazione, quasi come una piccola alfabetizzazione emotiva digitale
  • Mostra che il raggiro è un processo, non un momento singolo, e che i limiti vengono spostati piano piano

Cose che mi hanno convinto meno

  • Essendo televisione, a volte c’è una linea sottile tra informare e spettacolarizzare il dolore
  • Le ricostruzioni possono semplificare le zone grigie, e la vita reale è più confusa di qualsiasi reenactment
  • In certi passaggi manca un contesto più ampio, perché non è solo attenzione online, c’entrano solitudine, vulnerabilità, disuguaglianze e un’economia dell’attenzione che macina tutto

Com’è stato guardarla

Io l’ho vista con quel disagio particolare di chi capisce che non esiste davvero l’io mai. Tutti hanno una fessura. Un lutto. Un dopo rottura. Un trasloco. Un periodo storto. Una settimana in cui ti basterebbe che qualcuno ti chiedesse com’è andata la giornata e aspettasse davvero la risposta. E spesso è lì che certe storie entrano.

A chi la consiglio

A chi guarda la cultura pop come documento del presente
A chi è interessato all’intimità digitale e al lato oscuro delle relazioni mediate dalle piattaforme
A chi vuole un reality che fa nascere domande senza trasformarsi in predica

E forse non è l’ideale se sei in una fase delicata rispetto a fiducia e manipolazione, perché può colpire più forte di quanto sembri.

Alla fine, Pensavo fosse amore mi ha lasciato addosso un’idea semplice e un po’ scomoda. Non si cade in una truffa perché si crede troppo. Si cade perché, da qualche parte, si sta provando a vivere. E forse il primo passo per proteggersi è smettere di trattare chi ci è finito dentro come una barzelletta, e iniziare a leggere queste storie come il sintomo di un mondo che vende affetto veloce e offre sostegno molto più lentamente.

Una replica a “Pensavo fosse amore”

  1. Non ne avevo mai sentito parlare ma sai cosa ti dico? La guarderò, magari senza un’attenzione maniacale ma l’analisi che hai fatto tu mi incuriosisce.

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