Jesmyn Ward ha quella voce che non tenta di addolcire niente, anzi, sembra che scriva nel punto esatto in cui il dolore e la lucidità si incontrano, e fanno un patto silenzioso. E io ero in quella fase in cui cercavo una storia che non anestetizzasse, che non spiegasse troppo, che mostrasse la vita com’è, con rispetto e con quella onestà che ti lascia un po’ nuda, ma più presente.
La trama
È un memoir che segue la perdita consecutiva di cinque uomini vicini all’autrice, amici, fratelli, cugini, tutti giovani, tutti neri, tutti cresciuti nel Sud degli Stati Uniti, dove il futuro è sempre una trattativa complessa con la povertà e il razzismo strutturale. Ward racconta ogni morte come se stesse toccando una ferita ancora aperta, e lo fa senza drammatizzazioni inutili, perché la realtà è già più che sufficiente.
Ogni capitolo ricostruisce la storia di uno di loro, e insieme formano un mosaico che non parla solo di tragedie personali, ma di una comunità intera che convive con cicli di perdita talmente ricorrenti che sembrano diventare parte della geografia. Il modo in cui Ward guarda queste persone non è accademico, né clinico, lei le racconta come esseri pieni di luce, contraddizioni, sogni e fragilità che il mondo non ha avuto il tempo di accogliere davvero.
Il movimento letterario e il contesto storico
Ward appartiene alla tradizione della letteratura afroamericana contemporanea, quella che tiene una candela accesa anche quando il vento decide di fare di testa sua. È una scrittura che dialoga con Toni Morrison e Ta-Nehisi Coates, senza imitarli, e che prende forma in uno spazio dove la memoria personale e la critica sociale si intrecciano in modo naturale, quasi inevitabile.
Il contesto storico pesa, e vibra. Il Sud degli Stati Uniti, con le sue eredità di schiavitù, segregazione e marginalizzazione, continua a influenzare ogni scelta, ogni percorso, ogni possibilità. Questo memoir nasce proprio da quel terreno in cui la storia non è passato, ma una presenza che pulsa sotto i piedi.
La scrittura
La prosa di Ward è morbida, e tagliente allo stesso tempo. È una lingua che respira come se fosse stata scritta nei momenti di pausa tra un singhiozzo e l’altro, ma con una chiarezza che non se ne va più. Non ci sono orpelli, non ci sono tentativi di abbellimento, e proprio per questo ogni immagine arriva dritta, e ferma, come un’onda che non chiede permesso.
Questo memoir costruisce una narrazione che segue l’intensità, e non la cronologia. Ward è protagonista, e testimone allo stesso tempo, e vive un arco narrativo in cui la trasformazione non è un obiettivo, ma un effetto collaterale della sopravvivenza.
Il libro mostra come razza, classe e territorio determinino spesso chi può immaginare un futuro, e chi no. È un ritratto della violenza sistemica che non fa prediche, non punta il dito, e semplicemente racconta il mondo così com’è, lasciando che le domande lavorino dentro di te.
Tra i punti forti ci sono la sincerità assoluta, la delicatezza con cui Ward ricostruisce le vite di chi ha amato, e la capacità di intrecciare personale e collettivo senza trasformare nulla in un manifesto. Non è un libro da leggere in velocità, né durante un viaggio distratto in metro.
La mia esperienza di lettura
Leggere Sotto la falce è stato come sedermi accanto a Jesmyn Ward mentre lei ripercorre una storia che avrebbe preferito non rivivere, ma che sceglie comunque di raccontare per non lasciarla sola dentro di sé. Ho fatto diverse pause, non per stanchezza, ma per rispetto, come se ogni morte avesse bisogno di qualche minuto di silenzio. Eppure tornavo sempre, perché la sua voce è una mano tesa, una promessa di attraversamento.
Quando ho chiuso il libro, mi sono sentita più attenta, più viva e anche un po’ ferita.




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