La libreria alla fine del mondo di Ruth Shaw è uno di quei titoli che già dal nome ti fa immaginare una porta che cigola, una costa lontana, e una persona che si ostina a credere che i libri possano ancora tenere insieme un pezzo di mondo. L’ho scelto in un momento in cui avevo bisogno di calma, e anche di un po’ di quella gentile ostinazione che solo chi vive vicino al mare conosce davvero. Cercavo una storia che fosse leggera senza essere vuota, dolce senza diventare zuccherosa, e Ruth Shaw mi è arrivata come una voce che parla piano, ma dice molto di più di quanto sembri.
La trama
Il memoir racconta la storia di Ruth, una donna che ha vissuto più vite di quante ne potremmo immaginare: navigatrice, madre segnata dal lutto, avventuriera, e poi libraia in due minuscole casette di legno affacciate sul fiordo di Manapouri, nell’Isola del Sud della Nuova Zelanda. Le librerie sono minuscole, quasi delle scatole di tè, eppure dentro ci sta un mondo intero, perché Ruth vende libri, ma soprattutto ascolta storie, e ne colleziona altre senza sforzo.
La sua vita è un insieme di alti e bassi così intensi che, mentre leggi, ti sembra di passare da una stanza piena di luce a una dove il vento entra dalle finestre, e devi tirarti la coperta un po’ più su. Eppure lei resta sempre lì, con quella calma ruvida delle persone che hanno imparato che la felicità non è un posto, ma una somma di momenti piccoli e tenaci.
Il contesto letterario
Il libro appartiene a quel filone di memoir geografico-esistenziali, quelli che mescolano paesaggio e identità, come se il luogo diventasse un personaggio che respira insieme all’autore. Un po’ in stile A Year of Living Danishly, un po’ come Il suono del mondo a memoria, ma con un ancoraggio più forte nelle ferite personali e nella natura che, in Nuova Zelanda, sembra sempre avere l’ultima parola.
La storia si inserisce nel movimento più ampio della narrativa di ritorno alle radici, quella che cerca rifugio nei microcosmi: librerie piccole, villaggi remoti, case che scricchiolano vicino al mare. È una letteratura che risponde alla nostra epoca accelerata mostrando che, a volte, basta rallentare per sentire di nuovo il battito di ciò che conta.
Lo stile
Ruth Shaw scrive come chi ha imparato che le parole hanno un peso, e che quel peso va portato con delicatezza. La sua prosa è semplice, ma non semplice nel senso banale: semplice come le cose vere, quelle che non hanno bisogno di decorazioni. Ci sono momenti di dolore così nudo che fanno quasi rumore, e altri in cui il tono diventa leggero come una tazza di tè bevuta con una persona che hai appena conosciuto, ma che sembra già vicina.
Il memoir lavora sulla dialettica tra trauma e rituale: il trauma che interrompe la vita, e il rituale della lettura che la ricuce. Le librerie diventano spazi liminali, soglie dove la comunità si ricostruisce in modo spontaneo attraverso conversazioni, scambi e presenze.
Il libro si inserisce in quel discorso sul ruolo dei luoghi “micro” nelle comunità contemporanee, quelli che resistono alla globalizzazione non per nostalgia, ma per necessità emotiva. È un elogio delle piccole concentrazioni di umanità.
I punti che brillano, e quelli che lasciano una piccola crepa
Tra i punti positivi metterei la sincerità della narrazione, il modo in cui Ruth Shaw riesce a intrecciare paesaggio e vita personale, e la delicatezza con cui affronta temi come il lutto, la solitudine, e la necessità di reinventarsi.
Se proprio devo segnare un lato debole, forse la struttura un po’ episodica può dare l’impressione di salti bruschi, come se alcune transizioni avessero bisogno di più spazio. Ma, a dire il vero, è parte del suo fascino: una vita raramente segue una trama ordinata.
La mia esperienza di lettura
Leggere questo libro è stato come sedermi vicino a una finestra che guarda l’acqua, con Ruth che mi raccontava pezzi della sua vita come chi parla sapendo che non serve scegliere le parole migliori, basta scegliere quelle giuste. Ho riso piano, ho fatto un paio di pause quando la tristezza arrivava più forte, e poi ho continuato perché c’era qualcosa nella sua voce che non ti lascia sola.
Alla fine del memoir mi sono ritrovata un po’ più leggera, come se quel paesaggio remoto avesse spalancato anche dentro di me un piccolo spazio dove far riposare i pensieri.




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