L’anno scorso avevo visto Fuori dall’oscurità (clicca qui per leggere la recensione) e, da allora, mi è rimasto addosso quel desiderio un po’ strano di continuare a guardare film ambientati nella preistoria. C’è qualcosa, in queste storie lontanissime nel tempo, che finisce per parlare del presente con più onestà di tanti film contemporanei. Così, qualche sera fa, mi sono imbattuta per caso in Ötzi L’ultimo cacciatore su Prime Video e ho deciso di vederlo, senza troppe aspettative, solo seguendo quella curiosità che ogni tanto sa scegliere meglio di noi.
Contesto e trama
Il film è ambientato circa 5.300 anni fa, sulle Alpi, e segue Ötzi, un cacciatore neolitico che vive all’interno di una piccola comunità isolata. Quando il villaggio viene attaccato e distrutto e un oggetto rituale fondamentale viene rubato, Ötzi sopravvive e intraprende un percorso che è insieme fuga, inseguimento e vendetta. La trama è ridotta all’osso, quasi primitiva nella sua struttura, e rinuncia consapevolmente a spiegazioni, sottotrame o psicologie esplicite. Tutto passa attraverso il corpo: il freddo, la fatica, le ferite, il tempo che pesa.
Regia e stile
Felix Randau sceglie una messa in scena estremamente rigorosa. I dialoghi sono pochissimi e parlati in una lingua preistorica ricostruita, che non serve tanto a comunicare informazioni quanto a creare distanza. Questo costringe lo spettatore a osservare, ad ascoltare i silenzi, a leggere i gesti.
La macchina da presa spesso ridimensiona il protagonista rispetto al paesaggio con montagne immense, spazi vuoti, natura indifferente. Non c’è alcuna idealizzazione del mondo naturale, nessuna idea di armonia originaria. La natura non è né buona né cattiva, semplicemente non si cura dell’umano.
Ötzi smonta qualsiasi fantasia romantica sul passato. La violenza non è un’eccezione, ma una struttura. Il potere, il controllo simbolico e la difesa delle risorse sono già lì, molto prima della modernità.
È un cinema che lavora per sottrazione, vicino a una dimensione sensoriale e contemplativa, e che richiede tempo, pazienza e attenzione.
Cosa è vero e cosa è inventato (ho fatto ricerche)
Dopo averlo visto, mi è venuta voglia di capire dove finisse l’archeologia e dove iniziasse la finzione. E qui il film è più serio di quanto sembri.
È fedele alla realtà:
- L’epoca storica: Ötzi è realmente esistito e visse circa 5.300 anni fa.
- La morte violenta: le analisi sulla mummia indicano che fu colpito da una freccia.
- L’abbigliamento, le armi e gli strumenti sono basati su ritrovamenti archeologici reali.
- L’idea di piccole comunità isolate e di conflitti tra gruppi è coerente con le conoscenze attuali sul Neolitico.
- Il corpo stanco, segnato, lontano dall’immagine dell’uomo primitivo forte e invincibile.
È invenzione cinematografica:
- L’intera trama della vendetta.
- I personaggi secondari e le dinamiche specifiche del villaggio.
- Il significato simbolico dell’oggetto sacro rubato.
- La psicologia del protagonista, ovviamente impossibile da ricostruire.
Il film non pretende mai di essere una ricostruzione storica scientifica: lavora sul verosimile, non sul documentato.
Punti di forza
- Coerenza stilistica fortissima
- Uso del silenzio come linguaggio narrativo
- Paesaggi che diventano parte attiva del racconto
- Nessuna idealizzazione della violenza o del passato
Limiti
- Ritmo estremamente lento
- Alcune sequenze risultano ripetitive
- Può creare distanza emotiva in chi cerca una narrazione più classica
La mia esperienza
Guardarlo è stato un esercizio di presenza. Non è un film che ti viene incontro, sei tu che devi adattarti al suo tempo. In certi momenti ho sentito il peso della lentezza, in altri ho apprezzato proprio quel disagio, quella sensazione di non essere al centro di nulla.
A chi lo consiglio
Consiglierei a chi ama il cinema d’autore, minimale e contemplativo, a chi si interessa a film che usano il passato remoto per parlare, senza slogan e senza moralismi, di violenza, potere e sopravvivenza. Non è un film per tutti i momenti, ma è uno di quelli che, se gli dai tempo, rimane.




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