Ho scelto di arrivare a Minuzzolo passando oltre il Giannettino, ma questa volta non per ragioni teoriche o per capricci del percorso. È stato qualcosa di molto più semplice e insieme molto più fastidioso. Prima di comprarlo avevo letto alcune recensioni del prodotto e diversi lettori segnalavano che l’edizione disponibile non era affatto quella del 1877. Si trattava di una versione fascistizzata del 1941, ritoccata in modo significativo e completamente distante dallo spirito originale di Collodi. Non esistevano avvisi chiari nella descrizione e non c’era altra edizione facilmente reperibile. Così ho preferito sospendere il Giannettino invece di affrontarlo attraverso una voce distorta che non gli appartiene.
In questo silenzio lasciato dal libro che non potevo leggere come avrei voluto, Minuzzolo si è fatto avanti con una naturalezza che quasi rassicura, come se Collodi stesso suggerisse che il viaggio poteva proseguire da qui senza bruschi ritorni.
Contesto
Siamo nel 1878 e l’Italia è ancora impegnata a immaginare se stessa attraverso l’educazione dei più piccoli. Dopo la severità limpida di Cantù, entrare in Minuzzolo è come aprire una finestra. Il mondo dentro non è più quello dei bambini immobili e composti ma quello delle giornate che si allargano e inciampano come vogliono. Collodi lavora già da anni nell’editoria scolastica e popolare, conosce le aspettative del mercato e allo stesso tempo sembra divertito dall’idea di scardinarle dall’interno. Questo libro appartiene a quella zona di transizione dove la letteratura per ragazzi comincia lentamente a diventare qualcosa di più di un contenitore di buone maniere.
Trama
Minuzzolo è un bambino di nove anni e Collodi gli concede una vitalità che sorprende per l’epoca. Non è un modello da imitare. È un ragazzo che sbaglia, che si distrae, che esagera, che si entusiasma quando non dovrebbe e si perde quando servirebbe attenzione. La narrazione procede in piccole scene che sembrano trattenere il respiro tra un episodio e l’altro. Non c’è una grande rivelazione finale e non c’è neppure una costruzione a tesi. C’è la semplice osservazione di una giornata infantile che non vuole essere addomesticata. Ed è proprio questa mancanza di rigidità che rende il libro sorprendentemente contemporaneo.
Movimento letterario
Il libro appartiene al filone scolastico post-unitario ma introduce un modo diverso di concepire l’educazione. Collodi non impone la virtù dall’alto. La lascia emergere, o non emergere, attraverso la realtà viva di un bambino. La pedagogia non è più un recinto ma un percorso pieno di inciampi. È quasi un’anticipazione di ciò che farà in Pinocchio, dove l’apprendimento non passa dall’obbedienza pura ma da una relazione complessa con il mondo. In Minuzzolo questa idea è ancora in forma embrionale ma già tangibile.
Stile
La scrittura è mobile, sonora, a tratti teatrale. Collodi sembra osservare Minuzzolo con un misto di affetto e ironia, come se riconoscesse nel bambino le zone di incertezza che appartengono a tutti noi. Le frasi scorrono con un ritmo che invita alla lettura ad alta voce, e ogni scena ha qualcosa di quasi improvvisato, come se fosse nata da una memoria raccontata e non da un progetto moralistico. È una lingua che respira e che non teme le sbavature.
Ciò che funziona
Funziona la naturalezza con cui la vita infantile viene rappresentata senza essere filtrata da un ideale severo. Funziona il senso di realtà che Collodi costruisce in ogni gesto e in ogni esitazione di Minuzzolo. Funziona il modo in cui il libro apre uno spiraglio verso una forma di educazione meno prescrittiva e più attenta alla curiosità del bambino. Funziona, infine, questa anticipazione quieta del mondo che porterà a Pinocchio, come se il personaggio stesse aspettando di nascere dietro le quinte.
Ciò che pesa
Pesa l’assenza di una vera traiettoria narrativa, che a volte lascia la lettura un po’ sospesa. Pesa la presenza di alcuni residui dell’ambiente scolastico ottocentesco che Collodi non aveva ancora completamente abbandonato. Pesa anche la percezione che l’autore, pur divertendosi, stesse lavorando entro limiti editoriali molto stretti. E tuttavia proprio da questi limiti nascerà la necessità di rompere la cornice, e la rottura arriverà con Pinocchio.
La mia esperienza di lettura
Leggere Minuzzolo adesso, subito dopo Il buon fanciullo e con il Giannettino in attesa di una versione non adulterata, è stato come entrare in una stanza più luminosa. Qui la disciplina non è un fardello e il bambino non è un recipiente da riempire ma una presenza piena di tentativi e scarti. La lettura mi ha ricordato che l’infanzia è un territorio che non deve essere ridotto né corretto ma osservato con pazienza. C’è qualcosa di profondamente umano nel modo in cui Collodi lascia Minuzzolo essere esattamente quello che è, senza fretta di convertirlo in simbolo o esempio.
Indicherei questo libro a una bambina o a un bambino oggi
Direi di sì, con una piccola accortezza. Minuzzolo è un libro che si gusta davvero quando il lettore ha già una certa familiarità con narrazioni più lineari e può lasciarsi condurre senza smarrirsi dentro una struttura fatta di quadri brevi e autonomi. Lo proporrei a partire dagli otto o nove anni, quando il bambino comincia a intuire che lo sguardo sull’infanzia cambia con il tempo e riesce a riconoscere questa mescolanza di humour, vita scolastica e piccoli conflitti quotidiani senza aspettarsi una morale esplicita a guidare ogni passo. Non è un libro pensato per modellare il comportamento e forse proprio per questo funziona così bene se presentato come una finestra storica e come un modo lieve di sorridere delle aspettative che gli adulti hanno sempre proiettato sui più piccoli.




Lascia un commento