Entrare nella Caccia di Diana dopo i Trionfi è un po’ come uscire da una chiesa del Trecento e finire improvvisamente in un bosco pieno di voci, di risa e di immagini che corrono. Petrarca costruisce un’ascesa, un moto dell’anima verso l’alto. Boccaccio, invece, ti invita a guardare più vicino, più a livello del terreno, dove si muovono le persone reali, con la loro grazia, le loro astuzie, le loro libertà ancora timidamente rinascimentali.
E la cosa speciale è capire che questa opera giovanile non è un capriccio isolato, ma un primo indizio del modo in cui Boccaccio comincerà a reinventare la narrativa italiana.
L’autore in un momento di passaggio
La Caccia di Diana appartiene al Boccaccio giovane, quello che ancora sta assorbendo il mondo cavalleresco, il mito classico, il gusto per il simbolo, ma che già porta nel sangue quella nuova curiosità umana che diventerà la marca del Decameron.
Non è ancora il narratore maturo, capace di costruire cento novelle come un architetto della vita. Ma è già l’autore che guarda le donne con un rispetto inatteso per l’epoca, che lascia spazio alla loro voce, alla loro presenza viva.
È un Boccaccio che sta imparando, che sperimenta, che si diverte, e che prepara lentamente a lasciarci il primo grande capolavoro della prosa moderna italiana.
Un’allegoria che non vuole pesare
Se Petrarca alza lo sguardo, Boccaccio lo inclina.
La Caccia di Diana è un’allegoria, certo, ma un’allegoria che non pretende mai di essere un sistema morale. Non vuole regolare il mondo, vuole rappresentarlo attraverso una lente che è insieme mitologica e quotidiana.
La dea Diana guida un corteo di donne fiorentine, ciascuna legata a una qualità, a un ideale, a una sfumatura del femminile. Ma questa processione non sale verso il divino, si muove lateralmente, dentro un paesaggio che sembra più un quadro in movimento che una visione teologica.
È un’allegoria che danza, non che ammonisce.
La trama
La storia si svolge in un bosco popolato di animali simbolici, che rappresentano uomini catturati dalle donne durante la loro caccia rituale.
L’atto della caccia è rovesciato: non sono i cacciatori a inseguire, ma le donne.
Si avanza attraverso scene che sembrano quasi miniature animate, finché non arriva il momento decisivo, quando Venere interviene e convince Diana, dea della castità, a deporre la sua severità.
La castità si arrende all’amore, ma non in modo drammatico.
È un cedimento morbido, sorridente, un gesto che apre a una festa, non a una punizione.
E qui si sente la mano di Boccaccio, sempre più interessato alla complessità dei desideri che alle regole che dovrebbero contenerli.
Le donne come protagoniste assolute
La novità più chiara è proprio questa.
Nella Caccia, le donne non sono simboli fermi, non sono figure allegoriche da contemplare a distanza. Sono agenti, sono presenze, sono soggetti attivi che scelgono, che cacciano, che vincono.
Questo rovesciamento del modello tradizionale attraversa tutta la scena con una naturalezza sorprendente.
È un’anticipazione del mondo del Decameron, dove le donne non sono muse ma narratrici, strateghe, protagoniste della vita civile e sentimentale.
Boccaccio le guarda con un misto di ammirazione e divertimento, consapevole che il loro movimento è più interessante di qualsiasi schema morale.
La forma tra Medioevo e nuovo sguardo
Il poema è scritto in terzine dantesche, ma la somiglianza si ferma alla forma.
La terzina qui non solleva, non trascina verso l’alto. Scorre, si distende, accompagna.
L’immaginario è ancora pieno di figure simboliche medievali, ma il modo in cui Boccaccio le usa è già diverso. C’è un gusto più narrativo, più dinamico, meno solenne.
È come se l’autore stesse provando a liberare la letteratura dalla gravità del sistema allegorico, senza però rinunciare del tutto al suo fascino.
Perché leggere la Caccia di Diana
Perché è una porta di ingresso perfetta al Boccaccio che verrà.
Perché mostra una Firenze in cui le donne non sono ornamento ma forza narrativa.
Perché mette insieme mito, natura, desiderio e ironia in un modo che non si ritrova in nessun autore coevo.
E perché, pur essendo un’opera giovanile, contiene già il nucleo di una rivoluzione dolce: quella che porterà la letteratura a parlare non più della salvezza dell’anima, ma delle storie degli uomini e delle donne che vivono, desiderano, e non chiedono permesso alla tradizione per farlo.




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