Adoro questo film e quando è comparso su Netflix, ho premuto play quasi d’istinto, come si fa con qualcosa che si ama e che improvvisamente torna disponibile.
Grand Budapest Hotel è uno di quei film che conosco quasi a memoria e che, nonostante questo, riesce sempre a sorprendermi nei dettagli. Ogni volta noto un movimento di macchina diverso, una pausa più malinconica, una battuta che nasconde più di quanto sembri.
La trama
La storia segue Monsieur Gustave H., concierge impeccabile e teatrale, e Zero, giovane immigrato che diventa il suo apprendista. Un’eredità contesa, un’accusa di omicidio, una fuga dalla prigione, inseguimenti rocamboleschi, l’intreccio ha il ritmo di un romanzo d’avventura d’altri tempi.
Ma sotto la superficie leggera c’è un impianto narrativo molto più sofisticato. Il film è costruito come una memoria dentro un’altra memoria. Questa struttura a incastro crea distanza e ci ricorda continuamente che stiamo guardando un passato filtrato, raccontato, forse idealizzato. Non c’è mai un realismo ingenuo, c’è la consapevolezza che ogni ricordo è una costruzione.
Regia e stile
Qui Anderson è al massimo della sua cifra stilistica, simmetrie perfette, movimenti laterali della macchina da presa, colori calibrati fino all’ossessione. Ogni inquadratura sembra una miniatura, una scatola scenica perfettamente composta.
Questa iper-stilizzazione non è solo decorativa, produce uno straniamento sottile, non siamo mai completamente immersi, siamo sempre un passo indietro, consapevoli della messa in scena. È un cinema che dichiara il proprio artificio e, proprio per questo, riesce a parlare con più chiarezza della memoria e della perdita.
C’è poi un aspetto che ogni volta mi colpisce di più: Zero non è soltanto un giovane assistente fedele, è un rifugiato. La sua posizione all’interno dell’hotel racconta qualcosa di molto preciso su appartenenza e inclusione. Il Grand Budapest diventa uno spazio in cui qualcuno senza radici riconosciute può trovare dignità e ruolo.
Il film non fa proclami, ma mostra con delicatezza quanto siano fragili le strutture che consideriamo “naturali”. Le gerarchie sociali, l’aristocrazia, il prestigio, tutto può dissolversi. E quando si dissolve, resta solo la memoria di un modo di stare insieme che forse era imperfetto, ma conteneva ancora un’idea di cura.
Punti di forza
La coerenza estetica è impressionante. Scenografia, costumi e fotografia non sono semplice cornice ma parte integrante del racconto. L’umorismo è elegante, mai grossolano. E sotto la superficie giocosa scorre una malinconia costante che dà profondità emotiva all’insieme.
Punti deboli
L’eccesso di controllo può creare distanza. Alcuni personaggi restano volutamente stilizzati, quasi figurine. L’emozione è sempre filtrata dallo stile, e chi cerca un coinvolgimento più crudo potrebbe sentirsi un po’ escluso.
A tratti avrei desiderato meno perfezione e più silenzio, meno coreografia e più vulnerabilità.
La mia esperienza
Rivederlo è stato come entrare in un luogo familiare sapendo però che non esiste più davvero. Ho riso molto, ma ho percepito con più forza la malinconia che attraversa il film. Quando i colori si spengono e il fasto diventa ricordo, si sente chiaramente che ciò che sembrava solido era solo una parentesi fragile tra due fratture storiche.
Forse è proprio questo che continua a emozionarmi, la bellezza non salva il mondo, ma può renderlo temporaneamente più abitabile.
A chi lo consiglio
Lo consiglio a chi ama il cinema come costruzione visiva e narrativa, a chi apprezza l’attenzione maniacale per l’inquadratura e il ritmo. A chi è interessato a storie sulla memoria, sull’identità e sulla fragilità delle strutture sociali.
Non è il film ideale per chi cerca puro realismo o emozioni violente. Ma per chi accetta l’artificio come forma di verità, Grand Budapest Hotel resta un’esperienza preziosa, elegante, ironica e segretamente inquieta.





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