La prima stagione di Like Water for Chocolate l’ho letteralmente divorata su HBO Max. Avevo intenzione di guardare un episodio alla volta, con calma, quasi come si assapora un piatto complesso. Invece no. Ogni puntata lasciava una tensione sospesa, emotiva più che narrativa, e mi ritrovavo a cliccare “continua” senza neanche pensarci. È una di quelle serie che non ti cattura con il colpo di scena, ma con un lento accumulo di desiderio e frustrazione.
E forse è proprio questo il suo punto di forza: ti costringe a restare dentro l’attesa.
La trama
La stagione segue Tita, la figlia minore condannata da una tradizione familiare a non sposarsi mai per accudire la madre, Mama Elena. L’amore per Pedro diventa impossibile, ma non scompare. Si trasforma. Si sposta. Si infiltra nella cucina.
Il cibo diventa linguaggio. I sentimenti di Tita entrano nei piatti che prepara e chi li consuma ne viene travolto. È realismo magico, certo, ma anche qualcosa di molto concreto, quando non puoi esprimere apertamente il tuo desiderio, trovi altre vie. Il corpo parla. Il sapore parla.
Regia e costruzione visiva
La regia punta su un’estetica calda, quasi tattile. La luce filtra dalle finestre della hacienda con una consistenza dorata, la cucina è un organismo vivo. La macchina da presa si muove con una certa lentezza, ma non è mai statica, accompagna i personaggi nel loro spazio chiuso, come se anche noi fossimo intrappolati lì dentro.
La serialità permette di espandere i conflitti rispetto al film degli anni ’90. Mama Elena non è solo una figura autoritaria: è anche il prodotto di una genealogia di rigidità. Non giustificata, ma spiegata. E questa complessità rende il conflitto più interessante.
Quello che mi ha colpito è quanto la storia parli ancora al presente. La tradizione come dispositivo di controllo, il sacrificio femminile normalizzato, l’idea che l’obbedienza sia una virtù naturale. Tutto questo non viene gridato, ma mostrato nella quotidianità.
La Rivoluzione Messicana sullo sfondo crea un parallelo potente, fuori si combatte per cambiare un ordine politico; dentro la casa si combatte, più silenziosamente, per cambiare un ordine affettivo. E spesso la seconda battaglia è ancora più difficile.
Tita non è costruita come eroina plateale. La sua ribellione è fatta di micro-scarti, di resistenze intime. Ed è proprio questa gradualità a renderla credibile e dolorosa.
Punti di forza
- L’intensità emotiva costante.
- La dimensione sensoriale usata come linguaggio narrativo.
- La possibilità di approfondire le relazioni grazie al formato seriale.
- La serie riesce a mantenere una tensione che non dipende solo dalla trama, ma dal peso delle relazioni.
Punti più fragili
- In alcuni momenti la reiterazione del dolore rischia di diventare quasi eccessiva.
- L’estetica, pur bellissima, a volte smussa l’asprezza dei conflitti.
- Il ritmo contemplativo può risultare impegnativo per chi cerca dinamiche più serrate.
La mia esperienza
Non riuscivo a smettere di guardarla perché volevo capire fino a che punto una persona possa sopportare di vivere dentro un sistema che la limita così profondamente. Ogni episodio lasciava una domanda aperta, più emotiva che narrativa.
Ho finito la stagione con una sensazione doppia: soddisfazione e inquietudine. Come quando assaggi qualcosa di dolce ma senti ancora il piccante sul fondo della gola.
A chi la consiglio
A chi ama i drammi storici con una forte componente emotiva.
A chi apprezza il realismo magico non come ornamento, ma come chiave di lettura delle dinamiche familiari e sociali.
A chi è disposto a guardare una storia che parla di amore, sì, ma soprattutto di potere, tradizione e identità.
Non è una serie da sottofondo. È una serie da attraversare. E, almeno per me, impossibile da interrompere a metà.




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