Ho aperto questo volume con la stessa curiosità quieta con cui si sfoglia una scatola trovata per caso in soffitta, una di quelle piene di quaderni scolastici, piccole illustrazioni, frasi diligenti scritte con l’inchiostro blu. Sai già che dentro ci sarà una certa atmosfera di scuola ottocentesca, ma speri anche di incontrare qualche lampo di fantasia, qualcosa che tradisca la mano di Collodi prima che diventasse il padre del burattino più celebre del mondo.
Contesto
Siamo ancora negli anni Settanta dell’Ottocento, nel periodo in cui Giannettino ha già portato una ventata nuova nel modo di raccontare l’infanzia e Minuzzolo ha aggiunto quella leggerezza capace di scivolare tra ironia e affetto. In questa fase l’editoria scolastica chiede però un impegno diverso, più sistematico e più docile alle esigenze della scuola nazionale. E Collodi accetta il compito con una pazienza quasi artigianale, costruendo pagina dopo pagina i materiali richiesti da un’Italia che sta imparando a educare i suoi bambini.
Che cosa c’è dentro
Il regalo del Capo d’Anno appare come un gesto gentile mascherato da esercizio morale, una sorta di dono che promette festa e invece offre soprattutto ordine e buone maniere, proprio come quei regali dei nonni che arrivano sempre con un’ombra di pedagogia.
I Libri di lezioni per la seconda e la terza classe sono strumenti di lavoro pensati per accompagnare la scuola più di quanto accompagnino la fantasia. Mescolano racconti brevi, spiegazioni, domande e quel tono adulto che organizza il mondo con grande sicurezza. Ogni tanto però affiora un’improvvisa vivezza, un piccolo sorriso linguistico, una frase che si stacca dalla rigidità e ricorda che Collodi non era fatto solo di rigore.
La lanterna magica di Giannettino è la parte più narrativa del gruppo, quasi un ritorno, anche se timido, a un gioco più libero. Qui l’autore si concede qualche movimento in più, come se la fantasia bussasse alla porta senza troppa insistenza, ma con la determinazione di chi sa di avere qualcosa da dire.
Il modello educativo
Tutto ciò che attraversa questi libri appartiene a una pedagogia dell’ordine e dell’obbedienza. L’infanzia viene immaginata come uno spazio da dirigere con mano ferma, una realtà che deve imparare a rispondere, a comportarsi, a interpretare il mondo secondo una voce adulta che non lascia margine ai dubbi. Eppure, anche qui, si percepisce la sottile consapevolezza che i bambini reali vivono di improvvisi scarti laterali, di esitazioni, di piccole ribellioni. Collodi sembra saperlo benissimo, anche quando non può dirlo apertamente.
Stile
La scrittura è chiara, sorvegliata, tutta attraversata da un ritmo preciso. Ma dentro questa disciplina la lingua trattiene una vitalità sommessa. Una battuta inattesa illumina una frase, un dettaglio si carica di ironia, un personaggio sfugge alla compostezza richiesta. È come se l’autore camminasse sul filo tra compito istituzionale e desiderio di raccontare davvero.
Cosa funziona
Il valore storico è indiscutibile perché questi libri permettono di vedere dall’interno come la scuola dell’Ottocento si immaginava i suoi allievi.
La presenza di una vitalità trattenuta offre un piacere quasi segreto a chi legge, come un sorriso che si nasconde in una piega del testo.
E poi c’è l’occasione rara di osservare Collodi prima di Pinocchio, ancora immerso nel suo apprendistato di scrittore.
Cosa pesa
La rigidità è inevitabile. La morale filtra ogni gesto.
Rimane forte la distanza tra la voce adulta che spiega e il bambino che deve ascoltare.
La narrazione è funzionale allo scopo educativo e spesso non prova nemmeno a superarlo.
La mia esperienza di lettura
Arrivare a questo volume dopo Minuzzolo è stato come entrare in una stanza con le finestre socchiuse, dove l’aria circola ancora ma con maggiore prudenza. Eppure c’è un fascino particolare in questa prudenza, perché senti l’autore che misura ogni passo tra quello che gli viene chiesto e quello che vorrebbe davvero fare.
Leggerlo oggi significa osservare come nasceva un’idea di infanzia così lontana dalla nostra, un’idea che sopravvive solo nelle fotografie ingiallite e nella memoria culturale. È un’occasione preziosa per capire ciò che la scuola ha cercato di costruire e ciò che la narrativa, anche quando obbediente, ha continuato a tradire con un lampo di vita.
Lo consiglierei a un bambino di oggi?
Direi di no. Non perché questi libri non abbiano valore, anzi, possiedono una forza storica notevole e aprono uno squarcio prezioso sulla scuola e sulla mentalità educativa dell’Ottocento. Il punto è che nascono dentro una visione dell’infanzia tanto rigida quanto distante dal modo in cui oggi riconosciamo i bisogni e la voce dei più piccoli.
L’obbedienza come virtù primaria, l’idea che il bambino debba soprattutto adattarsi, la morale che attraversa ogni scena come un filo teso: tutto questo rischierebbe di risultare soffocante, o semplicemente incomprensibile, per una lettrice o un lettore giovane. Sarebbe una lettura che chiede più giustificazioni che piacere e che funzionerebbe meglio come documento per adulti curiosi che come compagna di viaggio per un bambino.
Se proprio volessi proporli, lo farei non prima degli undici o dodici anni e sempre in un contesto guidato, come materiale per capire come si costruiva la scuola del passato e quanto siano cambiati i modi di pensare l’infanzia. Ma come libro da mettere in mano a un bambino perché se ne innamori, direi che non è questo il caso. Qui la storia è più interessante della pagina narrativa e la distanza tra ciò che i testi chiedono e ciò che i bambini sono oggi è semplicemente troppo grande.




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