Avevo già sentito parlare del Pinocchio di Guillermo del Toro, certo, ma vederlo dopo aver riletto il libro e dopo aver rivisto il film della Disney è stato come aprire una terza porta nello stesso corridoio e scoprire che dietro quella porta il mondo cambiava completamente odore. Collodi mi stava ancora addosso con la sua lingua ruvida e irrequieta, la Disney aveva appena passato una mano di vernice lucida sul caos originario, e del Toro arrivava come una corrente d’aria che scompiglia tutto. Guardarlo dopo le altre due opere è stato come sovrapporre tre lastre fotografiche e vedere che l’immagine finale non coincide con nessuna delle tre, e proprio per questo rivela qualcosa che non avevo ancora capito.
Perché proprio questo film
Tra tutte le versioni contemporanee, questa è quella che sceglie di non proteggere lo spettatore. Non addolcisce, non ordina, non costruisce un rifugio. Del Toro sembra voler ricordare che la favola non nasce per rassicurare, ma per dire la verità in un modo che gli adulti spesso dimenticano. Dopo il tumulto di Collodi e la compostezza della Disney, sentivo che mancava uno sguardo capace di mettere le mani nelle ombre senza paura.
E il Pinocchio del 2022 nasce proprio così, dentro un’Italia ferita dal fascismo, in un mondo dove la disciplina non è più un consiglio ma un’imposizione. In quel contesto il burattino diventa una scheggia di disordine, una domanda vivente che nessuno riesce a incasellare.
La trama
La storia che conosciamo è ancora lì, ma vibra in un altro modo. Geppetto non è un vecchietto gentile che desidera compagnia, è un uomo spezzato dalla morte del figlio, e scolpisce Pinocchio in una notte di dolore che si sente ancora negli angoli della scena. Il burattino nasce senza levigature, pieno di spigoli, incapace di imitare gli esseri umani come fanno gli altri.
La presenza del fascismo attraversa tutto come un vento gelido. Non è un contorno, è una forza che cerca di modellare ogni individuo. E la disobbedienza di Pinocchio diventa qualcosa di più grande del semplice capriccio infantile. È un atto di resistenza, una maniera di restare vivo in un mondo che non tollera la differenza.
Ogni sua scelta sembra aprire una crepa e, nello stesso tempo, una possibilità.
Regia e stile
La stop motion di del Toro è una forma di poesia imperfetta. Ogni movimento porta la memoria delle mani che hanno toccato quei pupazzi, come se il film avesse un battito proprio. La luce non consola, scava. Le ombre raccontano senza minacciare. I colori tremano invece di fissarsi.
Il design delle creature è una delle parti più sorprendenti. Il Bosco, la Morte, i soldati, persino gli animali, sembrano provenire da un sogno che ha incontrato il dolore e l’ha accettato.
E Pinocchio stesso, con il legno grezzo e gli occhi che non imitano mai lo sguardo umano, si presenta come una verità che il cinema raramente concede.
Inserire la storia nel fascismo non è una scelta estetica, è una necessità narrativa. Crescere non è più solo un percorso intimo, è un processo che si scontra con poteri più grandi di te.
Il Pinocchio di Collodi nasce contro la disciplina ottocentesca. Il Pinocchio della Disney nasce per calmare le paure del mondo. Il Pinocchio di del Toro nasce in un tempo in cui obbedire non è soltanto sbagliato o giusto, è pericoloso. E la disobbedienza diventa allora un segno di vita, quasi un dono involontario.
Cosa funziona
- La forza emotiva del film è impressionante.
- Il rapporto tra Geppetto e Pinocchio è una danza difficile, fatta di amore, rabbia, incomprensione, tenerezza che brucia invece di consolare.
- L’animazione non cerca la perfezione, cerca la verità, e la trova.
- E l’idea che Pinocchio non voglia diventare un bambino vero, ma semplicemente continuare a esistere così com’è, introduce una luce nuova in tutta la tradizione della storia.
La mia esperienza dopo il libro e dopo la Disney
Vedere questo film dopo Collodi e dopo la Disney è stato come ricomporre un triangolo emotivo. Ogni punto illuminava qualcosa che gli altri lasciavano in ombra.
Il finale mi ha colpito nel modo più silenzioso. La morte non è un castigo, è un passaggio. Pinocchio non diventa vero perché si è comportato bene, ma perché ha vissuto, e ha amato, e ha sofferto, e ha scelto.
Mi sono ritrovata commossa da una storia che non voleva consolarmi. Una storia che diceva che la vita non è perfetta, non è simmetrica, non è garantita. E che forse proprio per questo vale la pena di essere vissuta.




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