Avevo già scritto qui della prima stagione di Come l’acqua per il cioccolato quando era uscita, molto presa da quella prima impressione quasi fisica che la serie aveva lasciato. Mi aveva colpito il fatto che fosse una delle poche produzioni recenti capaci di essere visivamente molto curate senza diventare fredda. Poi è arrivata la seconda e ultima stagione, disponibile su HBO Max, e guardandola mi sono resa conto che aveva più senso riscrivere tutto da capo e parlare dell’opera completa.
Anche perché l’ho iniziata in un momento molto preciso, quando ero un po’ stanca di serie perfettamente confezionate, tecnicamente impeccabili, ma emotivamente sterilizzate. Quelle produzioni che sembrano fatte per sembrare importanti. Come l’acqua per il cioccolato invece è piena di emozioni troppo grandi, desiderio represso, melodramma, cibo, corpi e spiritualità. E sinceramente mi mancava una serie così.
La trama e la prima stagione
La serie adatta il romanzo Like Water for Chocolate di Laura Esquivel, già portato al cinema nel celebre film Like Water for Chocolate.
La storia segue Tita, la figlia più giovane di una famiglia messicana intrappolata in una tradizione familiare assurda, secondo cui non può sposarsi perché deve prendersi cura della madre fino alla sua morte.
La prima stagione costruisce tutto questo con molta pazienza. Il desiderio viene continuamente rimandato, la casa diventa uno spazio di controllo e repressione, e il cibo diventa il linguaggio emotivo più potente della serie. Tita cucina quello che non può dire, e chi mangia i suoi piatti finisce per assorbire i suoi sentimenti.
È probabilmente la stagione più elegante dal punto di vista narrativo, perché lascia respirare i personaggi e costruisce molto bene la tensione.
La seconda stagione
La seconda stagione ha un compito più complicato, perché deve raccogliere tutte le conseguenze emotive della prima e chiudere la storia.
Senza fare spoiler importanti, amplia i conflitti familiari, approfondisce i traumi ereditati e mostra come certe strutture di potere sopravvivano anche quando sembrano indebolirsi.
Qui però emergono anche alcuni limiti. Il ritmo è molto più veloce, alcuni archi narrativi secondari meritavano più spazio e in certi episodi si sente una fretta che nella prima stagione non c’era.
Nonostante questo, resta emotivamente molto intensa.
Regia e linguaggio cinematografico
Visivamente è una serie bellissima.
La regia lavora in modo quasi tattile sugli elementi. Primi piani sul cibo, sul vapore, sui tessuti, sul fuoco, sulla pelle. Tutto sembra avere una temperatura precisa.
Mi ha ricordato in alcuni momenti il melodramma di Pedro Almodóvar per il rapporto tra desiderio e repressione, e in altri la delicatezza visiva di Sofia Coppola quando racconta donne intrappolate in spazi rigidi.
E poi c’è il realismo magico, trattato con una naturalezza che ho apprezzato molto. La serie non sente il bisogno di spiegarsi continuamente.
La dimensione sociale
Una delle cose più interessanti è che la storia si svolge durante la Mexican Revolution, ma mostra molto bene come i cambiamenti politici non trasformino automaticamente le dinamiche private.
Fuori il paese cambia, dentro casa restano controllo, gerarchie e aspettative rigidissime sulle donne.
È una lettura molto interessante anche oggi, perché mostra quanto spesso la famiglia possa diventare uno spazio in cui il controllo viene mascherato da protezione o tradizione.
Cosa funziona
- Fotografia bellissima
- Direzione artistica molto ricca
- Ottimo uso del cibo come elemento narrativo
- Prima stagione molto solida
- Interpretazioni convincenti
- Grande coraggio nell’abbracciare il melodramma senza ironia
Cosa funziona meno
- La seconda stagione corre troppo in alcuni passaggi
- Alcuni personaggi secondari potevano essere sviluppati meglio
- A volte sfiora dinamiche da soap opera in modo meno raffinato
La mia esperienza guardandola
Mi ha coinvolta tantissimo.
Avevo fame praticamente in ogni episodio, mi arrabbiavo con alcuni personaggi e in certi momenti mettevo in pausa solo per guardare meglio l’inquadratura.
Ma soprattutto mi ha fatto riflettere su quanto certe dinamiche familiari di controllo possano attraversare epoche diverse senza cambiare davvero volto.
A chi la consiglio
La consiglio a chi cerca storie romantiche che parlano anche di classe, tradizione, desiderio e potere.
E magari mangiate qualcosa prima di iniziarla, perché guardarla a stomaco vuoto è davvero una pessima idea.




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