Ho guardato Hedda, disponibile su Prime Video, con quella curiosità particolare che mi viene sempre davanti agli adattamenti letterari. C’è qualcosa di affascinante nel vedere un’opera attraversare il tempo e arrivare al cinema portandosi dietro domande antiche che, all’improvviso, sembrano parlare benissimo anche al nostro presente. Il film parte da Hedda Gabler, il dramma scritto da Henrik Ibsen nel 1890, uno di quei testi fondamentali del teatro moderno che continuano a tornare perché hanno ancora molto da dire, soprattutto sul matrimonio, sul desiderio, sulla reputazione e su quella violenza sottile che spesso si nasconde dentro le buone maniere.
La trama
La storia segue Hedda, appena sposata, mentre prova ad abitare una vita che da fuori sembra comoda e privilegiata, ma che dall’interno somiglia sempre di più a una stanza senza aria. Intorno a lei ci sono una casa bella, un marito corretto, aspettative sociali molto ordinate, un ambiente in cui tutto sembra muoversi secondo una coreografia di classe, educazione e controllo. Eppure Hedda non riesce davvero a stare dentro quel disegno, come se la vita che le è stata offerta fosse insieme un premio e una condanna.
Quando una figura del passato riappare, quell’equilibrio comincia a incrinarsi. Desideri vecchi, rivalità, rancori e piccoli giochi di potere risalgono in superficie. Il film però funziona soprattutto quando capisce che la tensione più interessante non sta solo in ciò che succede, ma nel modo in cui tutti provano a restare civili, eleganti, presentabili, mentre la casa si riempie lentamente di veleno emotivo.
Regia e stile
La regia di Nia DaCosta punta su un’eleganza molto consapevole. Gli ambienti sono bellissimi, i costumi curati, le inquadrature composte con precisione, ma questa bellezza non resta mai solo decorativa. Anzi, diventa parte della prigione. Tutto è troppo ordinato, troppo raffinato, troppo socialmente accettabile, e proprio per questo, poco alla volta, diventa soffocante.
Il film conserva qualcosa della sua origine teatrale, soprattutto nella concentrazione dei conflitti dentro spazi chiusi e nell’importanza dei dialoghi, ma usa il cinema per far emergere ciò che il teatro suggerisce in un altro modo. Uno sguardo che dura un secondo di troppo, una pausa prima di rispondere, un corpo che attraversa una stanza come se stesse misurando i confini della propria gabbia. Sono dettagli piccoli, però molto espressivi, perché trasformano il dramma psicologico in esperienza visiva.
Cosa funziona
Tessa Thompson è uno dei grandi punti di forza del film. La sua Hedda è magnetica, elegante, inquieta, sempre un po’ distante dalla scena che sta vivendo. Ci sono momenti in cui sorride come se avesse già deciso di distruggere qualcosa, ma stesse ancora scegliendo cosa. In altri, sembra quasi svuotata dal proprio autocontrollo, come se fosse stata educata a non lasciare mai uscire la violenza di ciò che sente.
Funziona molto anche l’atmosfera. Il film capisce che la repressione non deve per forza essere raccontata solo attraverso la rigidità. Qui ci sono sensualità, seduzione, rivalità, gioco. La tensione circola negli ambienti prima ancora di diventare conflitto aperto. Questo dà al film una qualità interessante, perché non dipende sempre da grandi esplosioni drammatiche. Spesso il disagio nasce dal capire che quei personaggi stanno dicendo una cosa e desiderandone un’altra, completamente diversa.
Cosa funziona meno
Allo stesso tempo, ho avuto la sensazione che l’eleganza del film, in certi momenti, si protegga un po’ troppo. Avrei voluto che la regia si concedesse qualche asperità in più, qualche zona meno controllata, meno bella, più imprevedibile. La storia di Hedda chiede anche una certa dose di disordine, e ci sono scene in cui la cura visiva sembra trattenere l’intensità emotiva invece di liberarla del tutto.
Anche alcune scelte di aggiornamento rispetto al testo di Ibsen sembrano più suggerite che sviluppate fino in fondo. Alcune tensioni affettive e politiche hanno molta forza, soprattutto nel modo in cui il film riorganizza desiderio, genere e intimità, però non sempre ricevono tutto lo spazio che promettono. Detto questo, sono proprio queste scelte a rendere l’adattamento vivo, perché non tratta Ibsen come un monumento intoccabile, ma come un autore che può ancora essere letto attraverso le nostre inquietudini.
La mia esperienza
Per me Hedda è stata un’esperienza di disagio crescente. All’inizio mi sono lasciata prendere dalla bellezza del film, dalla composizione degli spazi, dalla presenza magnetica di Tessa Thompson. Poi, piano piano, quella stessa bellezza ha iniziato a diventare soffocante, come se la casa meravigliosa in cui si muovono i personaggi perdesse ossigeno scena dopo scena. Mi piacciono i film che riescono a fare questo senza dichiarare troppo le proprie intenzioni, lasciando che la tensione si accumuli sulla superficie dei rapporti fino a contaminare ogni gesto.
La cosa che mi ha colpita di più è che Hedda non si lascia leggere in modo moralmente comodo. Vive circondata dal privilegio, ma anche da limiti rigidissimi. Ha accesso al comfort, al prestigio, alla protezione sociale, però tutto questo arriva insieme a un copione molto stretto su cosa una donna dovrebbe desiderare, come dovrebbe comportarsi, quale tipo di vita dovrebbe accettare e fino a che punto può permettersi di mostrare ambizione, rabbia o noia.
Il film non ha bisogno di spiegarlo in modo esplicito, perché lo fa respirare attraverso la messa in scena. La casa, gli oggetti, le conversazioni, i gesti di buona educazione sembrano ricordare continuamente a Hedda che c’è un ruolo da interpretare. Forse la sua crudeltà nasce anche da lì, da un’impotenza trasformata in controllo. Non riuscendo ad agire davvero sulla propria vita, prova ad agire sulle vite degli altri.
Ho apprezzato molto il fatto che Hedda non venga addolcita per diventare più digeribile. A volte sembra che i personaggi femminili difficili debbano essere giustificati fino in fondo, come se una donna complessa dovesse presentare tutte le sue ferite in ordine per meritare attenzione. Qui invece Hedda resta ambigua. Ferisce, manipola, desidera, provoca, si contraddice. Ed è proprio in quella contraddizione che il film trova alcuni dei suoi momenti più vivi.
Mi ha fatto pensare molto anche questa figura di donna che non riesce a trasformare la propria intelligenza in libertà. Hedda capisce troppo, sente troppo, desidera troppo, ma vive in un mondo in cui quasi tutto deve essere tradotto in charme, silenzio o manipolazione. C’è qualcosa di molto contemporaneo in questo, anche se la storia nasce da una pièce dell’Ottocento. Forse è proprio per questo che l’adattamento funziona, perché intuisce che certe prigioni cambiano forma, linguaggio e vestiti, ma continuano a organizzare le vite con una delicatezza piuttosto inquietante.
A chi lo consiglio
Consiglio Hedda a chi ama gli adattamenti letterari, i drammi psicologici e i personaggi femminili moralmente ambigui. È un film per chi si interessa alla tensione degli ambienti, ai dialoghi pieni di sottotesto, alle storie in cui la casa, il matrimonio e la vita sociale diventano quasi personaggi.
Secondo me può piacere anche a chi ha amato Carol, Phantom Thread, Tár o Scenes from a Marriage, soprattutto per l’attenzione ai gesti, alle relazioni di potere e alle emozioni che circolano prima ancora di essere nominate. Non è un film da cui aspettarsi una catarsi facile o un’identificazione comoda. È un film in cui entrare lentamente, osservando le crepe, accettando che a volte i personaggi più difficili sono proprio quelli che continuano a parlarci dopo che lo schermo si è spento.




Lascia un commento