đşÂ Disponibile su Netflix
đ˝ď¸Â Durata: 1h54
Ci sono film che non si limitano a raccontare una storia, ma ti trascinano dentro la testa del protagonista, nel suo dolore, nei suoi incubi, nel suo modo distorto di vedere il mondo. Volevo nascondermi è uno di questi. Ă la storia di Antonio Ligabue, certo, ma è soprattutto unâesperienza, un viaggio in unâanima selvaggia che ha trovato nellâarte lâunico modo per esistere.
La trama: un uomo in lotta con il mondo (e con se stesso)
Antonio Ligabue nasce in Svizzera da una famiglia italiana poverissima, viene allontanato, espulso, mandato in Italia come un pacco indesiderato. Qui vive da emarginato, senza casa, senza legami, trattato come un fenomeno da baraccone. Ă sporco, inquietante, spesso violento. Ma ha un dono. Vede il mondo in modo diverso e lo trasforma in quadri fatti di colori accesi e animali feroci. E cosĂŹ, poco a poco, la sua arte attira lâattenzione. Ma il riconoscimento non basta a salvarlo da se stesso.
Un film sullâarte, ma anche sulla solitudine
PiĂš che una biografia, Volevo nascondermi è un film sullâisolamento. Ligabue non è il classico âgenio incompresoâ da film: è un uomo che spaventa, che non sa stare al mondo, che non trova mai il suo posto. Lâarte non è il suo riscatto, è la sua ossessione, lâunico modo per non impazzire del tutto. Il titolo del film è perfetto: Volevo nascondermi, ma al tempo stesso aveva un disperato bisogno di essere visto.
Regia e stile: tra poesia e crudo realismo
Giorgio Diritti sceglie una regia quasi documentaristica, sempre incollata al protagonista. Niente romanticismo, niente frasi a effetto. La macchina da presa segue Ligabue da vicino, registrando ogni tic, ogni sguardo sfuggente, ogni esplosione dâira. Il film alterna momenti di realtĂ dura, sporca, con lampi quasi onirici, come se ci facesse sbirciare dentro la mente dellâartista.
E poi câè Elio Germano. Lui non interpreta Ligabue, lui è Ligabue. Si contorce, borbotta, ringhia, dipinge con una furia animale. Non câè mai un momento in cui vedi lâattore dietro il personaggio. Non a caso ha vinto lâOrso dâArgento a Berlino.
La mia esperienza: ipnotizzata, ma con il fiato corto
Non è un film che si guarda distrattamente. Non câè una vera trama lineare, non câè una crescita classica del personaggio. Câè solo questa immersione totale nella sua esistenza fatta di rifiuti, di fughe, di ossessioni. Alcune scene sono potenti da togliere il fiato, altre sono lente, quasi estenuanti. A volte avrei voluto una pausa, un momento di respiro. Ma poi mi sono resa conto che questo è il punto: Ligabue non aveva respiro. E il film ti fa sentire esattamente questo.
Vale la pena?
Dipende da cosa cerchi. Se vuoi una storia âbellaâ e avvincente, con un inizio, uno sviluppo e una fine chiara, forse no. Ma se vuoi un film che ti scuote, che ti porta dentro la testa di un uomo che il mondo non ha mai saputo dove mettere, allora sĂŹ. E alla fine rimani lĂŹ, un poâ svuotato, con la sensazione che Ligabue, in qualche modo, sia ancora lĂŹ a fissarti, con i suoi occhi febbrili e le sue tigri pronte a saltare fuori dalla tela.





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