Entrare in Lisa-Betta dopo Il romanzo delle mie delusioni mi ha dato la sensazione di lasciare un mondo fiabesco tutto storto, pieno di capovolgimenti e disincanti, per entrare in una storia molto più piana, più composta, almeno in apparenza. Dopo Tofano, con le sue fiabe che inciampano nel ridicolo e nella modernità, Fanciulli sembra riportare l’infanzia dentro un racconto più ordinato, più gentile, più vicino a una certa idea di crescita come esperienza morale.
Eppure proprio questa gentilezza va guardata con attenzione. Lisa-Betta non ha l’energia corrosiva di Gian Burrasca, né l’ironia straniante di Tofano. Si muove in un registro più delicato, quasi da fiaba familiare, ma dentro questa delicatezza si sente anche il peso di un mondo che sa già molto bene che cosa si aspetta da una bambina. Ed è lì, per me, che il libro diventa interessante, non solo per quello che racconta, ma per il modo in cui lascia intravedere le forme dell’educazione, dell’obbedienza, della bontà, del carattere.
Contesto
Lisa-Betta viene pubblicato nel 1932 da Giuseppe Fanciulli, autore molto importante nella letteratura italiana per l’infanzia della prima metà del Novecento, conosciuto anche con lo pseudonimo di Mastro Sapone. Fanciulli era legato al mondo del Giornalino della Domenica e a una lunga attività di scrittura, pedagogia, editoria e libri per ragazzi.
Siamo ormai in un momento diverso rispetto ai testi precedenti. La letteratura per l’infanzia non sta più soltanto cercando nuove forme narrative, ma si trova anche dentro un clima culturale molto più segnato dall’idea di ordine, appartenenza, famiglia, ruoli educativi. Per questo leggere Lisa-Betta oggi chiede una doppia attenzione. Da una parte c’è il racconto di una bambina, con la sua freschezza, le sue contraddizioni, il suo modo di stare nel mondo. Dall’altra c’è un sistema di valori che tende a presentare certi modelli come naturali, soprattutto quando si parla di infanzia femminile, casa, cura, semplicità, vita rurale.
Mi interessa leggerlo proprio da questa fessura. Non per liquidarlo con superiorità, perché sarebbe troppo facile, ma per capire come un libro possa essere insieme tenero e normativo, vivo e datato, capace di osservare una bambina e allo stesso tempo tentato di accompagnarla verso un’idea molto precisa di ciò che dovrebbe diventare.
Trama
Lisa-Betta è una bambina di nove anni, e già il suo doppio nome sembra contenere qualcosa di diviso, come se dentro di lei convivessero movimenti diversi, inclinazioni diverse, forse anche due modi di essere guardata dagli adulti. Alcune fonti presentano il romanzo proprio come la storia di una bambina segnata da questo contrasto interno, raccontata con un tono fresco e gentile, vicino alla fiaba, tra momenti lieti e dolorosi.
Il racconto segue la sua crescita attraverso episodi che sembrano voler costruire un percorso di esperienza. Non siamo davanti a una trama fatta di grandi rotture o di ribellioni rumorose. Il movimento è più morbido, più continuo, fatto di incontri, prove, piccole scoperte, momenti in cui il carattere della protagonista viene osservato e messo alla prova.
Quello che mi ha colpita è proprio questa attenzione al carattere. Lisa-Betta non viene presentata solo come una bambina che agisce, ma come una bambina che deve essere capita, orientata, a volte corretta, a volte accolta. Il libro sembra chiedersi continuamente che cosa ci sia dentro di lei, quale parte vada incoraggiata, quale vada contenuta, quale vada resa più armoniosa.
E qui si apre la parte più delicata. Perché quando un racconto insiste molto sull’armonia di una bambina, sul suo modo di diventare buona, equilibrata, adatta al mondo, bisogna chiedersi anche quale libertà le venga lasciata. Lisa-Betta interessa proprio perché sta in questo punto, tra una vitalità infantile che il libro riconosce e un desiderio adulto di darle una forma accettabile.
Movimento
Dopo Il romanzo delle mie delusioni, il cambio è molto netto. Tofano prendeva le fiabe e le faceva cadere dal piedistallo. Fanciulli, invece, sembra cercare una fiaba più ricomposta, una narrazione in cui l’esperienza dolorosa o difficile possa ancora trovare un senso morale.
Mi è sembrato un ritorno a un’idea più fiduciosa, ma anche più controllata, della letteratura per l’infanzia. Il racconto vuole accompagnare, educare, dare forma. Non ha paura della morale, anzi, sembra considerarla parte naturale del narrare per bambini.
Però oggi quella naturalezza non può essere accolta senza qualche domanda. Quando un libro costruisce una bambina dentro un orizzonte di bontà, semplicità, famiglia, ordine, vita raccolta, non sta solo raccontando una crescita individuale. Sta anche proponendo un modello. E quel modello, letto da qui, può diventare stretto, soprattutto se pensiamo a quanto spesso alle bambine sia stato chiesto di essere buone prima ancora di essere libere, gentili prima ancora di essere ascoltate, composte prima ancora di essere riconosciute nella loro complessità.
Questo non toglie interesse al libro. Anzi, forse lo aumenta. Lisa-Betta permette di vedere molto bene come la letteratura per l’infanzia possa custodire affetto e disciplina nello stesso gesto. Accarezza e orienta, comprende e corregge, dà voce all’infanzia e nello stesso tempo prova a ricondurla verso una forma desiderata.
Stile
La scrittura di Fanciulli ha un tono limpido, ordinato, molto narrativo. Si sente una volontà di chiarezza, di racconto disteso, di avvicinamento gentile alla lettrice e al lettore. Non c’è il gioco metanarrativo di Tofano, né la voce scomposta di Giannino. Qui tutto sembra più levigato, più attento a costruire un’atmosfera di racconto.
Il lato fiabesco non nasce tanto dalla presenza di meraviglie assolute, quanto dal modo in cui la vita viene organizzata narrativamente. Gli episodi sembrano portare con sé un piccolo insegnamento, una piega morale, un segreto d’esperienza. È una scrittura che vuole essere accessibile, ma anche formativa, e proprio per questo oggi può apparire insieme affascinante e un po’ sorvegliata.
Ho trovato interessante questa misura. A tratti può sembrare troppo composta, ma dentro quella compostezza si capisce molto di un’epoca e di un certo modo di immaginare l’infanzia. La frase scorre, il racconto accompagna, e intanto si sente la presenza di una mano adulta che non vuole mai lasciare del tutto la bambina sola davanti alla propria esperienza.
Cosa mi è rimasto
Mi è rimasta soprattutto Lisa-Betta come figura doppia. Non tanto perché il nome lo suggerisce in modo evidente, ma perché tutta la sua presenza sembra stare tra due spinte. Da una parte c’è la bambina viva, con il suo carattere, le sue inclinazioni, il suo modo ancora mobile di esistere. Dall’altra c’è lo sguardo adulto che vorrebbe leggere quella mobilità come qualcosa da comporre.
E mi è rimasta anche questa impressione più ampia, che il libro sia prezioso proprio quando lo leggiamo senza lasciarci addormentare dalla sua gentilezza. Perché la gentilezza, nella letteratura per l’infanzia, può essere bellissima, ma può anche diventare un modo morbido di chiedere adattamento. In Lisa-Betta queste due cose convivono, e la lettura sta proprio nel non separarle troppo in fretta.
Cosa mi ha convinta meno
A tratti ho sentito il peso del modello educativo. Alcuni passaggi sembrano sapere già dove la protagonista dovrebbe andare, come se la crescita fosse soprattutto una questione di equilibrio, correzione, maturazione morale.
Questo può rendere il libro meno libero rispetto ad altri testi che lasciano l’infanzia più disordinata, più imprevedibile, più capace di disturbare. Dopo Giannino o dopo Tofano, Lisa-Betta appare certamente più trattenuta.
Però andando avanti mi sono accorta che proprio questa trattenutezza dice qualcosa. Il libro non va letto solo per cercare una bambina libera nel senso contemporaneo. Va letto anche per capire quali forme di libertà erano concesse, quali venivano rese desiderabili, quali invece restavano fuori campo.
La mia esperienza
Leggere Lisa-Betta dopo Il romanzo delle mie delusioni mi ha fatto sentire una specie di rallentamento. Dopo le fiabe deformate di Tofano, qui il racconto sembra voler ricucire, ordinare, trovare un senso più pacificato. All’inizio questa pacificazione mi ha messa un po’ in allerta, perché nei libri per bambini la pace apparente spesso nasconde molte aspettative adulte.
Poi però mi sono lasciata prendere da questa ambiguità. Mi è interessato il modo in cui Lisa-Betta viene guardata, il modo in cui il racconto le concede delicatezza, ma non sempre piena autonomia. È un libro che oggi può essere letto bene proprio restando in quella tensione, senza trasformarlo in un oggetto innocente e senza ridurlo soltanto al suo contesto ideologico.
Mi sono sentita più osservatrice che trascinata. Non è stata una lettura di grande sorpresa narrativa, ma una lettura piena di piccoli segnali. E a volte questi libri più composti, più educativi, più apparentemente quieti, finiscono per dire moltissimo su ciò che una cultura desiderava dai suoi bambini, e ancora di più dalle sue bambine.
Lo consiglierei a una bambina o a un bambino oggi
Sì, ma soprattutto in lettura accompagnata, e forse più per una bambina o un bambino già abituata o abituato a confrontarsi con libri di altre epoche. Lo vedrei bene dagli otto o nove anni, con qualcuno accanto che possa aprire domande sul contesto, sui ruoli, sulle aspettative, su quello che nel libro appare tenero e su quello che oggi può sembrare stretto.
Mi sembra una lettura interessante non perché offra un modello da recuperare così com’è, ma perché permette di parlare di come sono cambiate le idee di infanzia, educazione e femminilità. Lisa-Betta può ancora avere qualcosa da dire, soprattutto se la leggiamo senza nostalgia, lasciando che la sua dolcezza resti visibile, ma anche che diventino visibili le forme di disciplina che quella dolcezza porta con sé.




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