Allora, io ero in quella fase in cui volevo un thriller, ma non solo il solito “chi è l’assassino”. Avevo voglia di una storia che tenesse insieme suspense e quel rumore di fondo fatto di classe sociale, famiglia incasinata, potere che non si vede ma decide tutto.
La trama
Siamo nelle Adirondacks, nel nord dello stato di New York. La famiglia Van Laar, molto ricca, possiede un’enorme proprietà nel bosco, con una villa dall’ironico nome Fiducia-in-sé-stessi e un campo estivo, l’Emerson Camp, dove ragazzi privilegiati passano estati “selvagge ma sicure”.
Nell’estate del 1975, una giovane istruttrice scopre che il letto di Barbara Van Laar, tredici anni, è vuoto. Barbara è scomparsa. Non è la prima volta che qualcosa del genere succede in quella famiglia e in quei boschi, e da lì il romanzo si apre: salti tra anni sessanta e settanta, voci diverse, tra famiglia, polizia, personale del campo, gente del paese. Più che solo “chi è stato”, la domanda diventa chi viene ascoltato, chi viene creduto, chi resta ai margini della storia ufficiale.ato, e chi ha abbastanza potere da riscrivere la versione ufficiale dei fatti.
Contesto storico e movimento letterario
A livello di ambientazione il libro ha un piede negli anni sessanta e l altro nei settanta. Ci sono la crisi industriale, la chiusura della cartiera, una cittadina che cambia volto e finisce sempre più legata economicamente alla proprietà dei Van Laar. Sullo sfondo si percepisce un clima di trasformazione, con nuove sensibilità sociali, movimento femminista che avanza, un po di stanchezza verso le istituzioni e qualche crepa nel vecchio sogno americano.
Dal punto di vista letterario lo metterei nel filone del thriller letterario, o di un mistero più umano che pur avendo giallo e suspense dà molto spazio ai rapporti tra genitori e figli e alle differenze di ambiente e possibilità tra i personaggi, più che alla sola dimensione del caso da risolvere.
È anche un romanzo che dialoga bene con la nostra epoca appassionata di storie true crime, perché racconta una scomparsa che coinvolge una famiglia in vista e attira l attenzione di media, polizia e comunità. Senza insistere in modo esplicito sul tema, il libro lascia intravedere come alcune storie riescano a catalizzare lo sguardo collettivo molto più di altre.
Scrittura, struttura e stile
Tecnicamente Liz Moore gioca davvero bene. La struttura è ampia ma controllata, con linee temporali che si intrecciano, flashback e passaggi tra passato e presente che ti portano piano piano verso il centro della storia. Ogni capitolo segue un personaggio diverso, spesso donne, e anche se la voce è sempre in terza persona, si sente che ognuna ha un modo suo di stare al mondo. Lo stile è limpido, scorrevole, niente fuochi d artificio gratuiti, ma un ritmo che ti aggancia, quel tipo di prosa che accumula tensione finché ti ritrovi a dire ancora un capitolo e poi basta e invece è notte fonda.
I Van Laar si presentano come la classica famiglia costruita su lavoro duro e amore per la natura, con il nonno che compra la terra e mette regole severe per proteggerla. Col tempo però si capisce che quella terra non è solo sfondo ma anche potere, perché la cittadina lì vicino vive molto legata alle loro decisioni e al lavoro che offrono. Il libro suggerisce senza insistere che il privilegio passa anche da qui, dalla possibilità di decidere che cosa si vede e che cosa resta fuori dall inquadratura.
Mi è piaciuto in particolare come Moore usa le figure femminili e lo spazio del bosco. Le donne sono in piena fase di cambiamento, tra nuove possibilità e vecchie aspettative, e il romanzo le segue mentre cercano margine di scelta dentro un contesto che non è proprio neutro. Il bosco invece è quasi un personaggio, allo stesso tempo rifugio e minaccia, luogo reale e specchio di quello che i personaggi vorrebbero nascondere. Quando qualcosa va storto è facile dare la colpa alla foresta, molto meno facile guardare le responsabilità umane che restano lì, appena fuori campo.
Cosa funziona
- La miscela di generi: Non è solo thriller, non è solo romanzo psicologico, non è solo critica sociale, è tutto insieme.
- I personaggi femminili: Quasi tutte le voci principali sono donne, raccontate in terza persona ma con desideri, colpe, vergogne molto precise. Non sono “forti” in senso sloganistico, sono esseri umani stanchissimi che cercano di tenere insieme pezzi che non combaciano.
- L’ambientazione chiusa e stratificata: La tenuta, il campo, il paese sembra un laboratorio dove osservare dinamiche di potere. Ogni spazio ha una geografia sociale, chi può entrare, chi pulisce, chi comanda, chi finge di non vedere.
- La gestione del trauma familiare: Il libro non fa melodramma ma mostra come il trauma della prima scomparsa deformi la famiglia nel tempo, ruoli fissati, silenzi cementati, responsabilità mai affrontate. Quando arriva la seconda sparizione, tutto quel passato non elaborato esplode.
- In generale, ho amato il fatto che il romanzo non si accontenti di chiedere “cosa è successo?”, ma anche “chi ha avuto il lusso di non assumersi mai le proprie responsabilità, e perché?”.
Cosa mi ha convinta meno
- La complessità strutturale: Tante linee temporali, tanti personaggi… io mi ci diverto, ma in vari momenti ho dovuto fermarmi e rimettere in fila anni ed eventi.
- Alcuni momenti un filo didascalici: Ci sono passaggi in cui le motivazioni emotive vengono esplicitate in modo un po’ troppo chiaro, mentre io avrei preferito restare nel non detto, nelle crepe del dialogo. È delicato, non rovina il libro, ma ogni tanto ho sentito l’autrice che mi prendeva per mano più del necessario.
La mia esperienza di lettura
non è solo un libro su due ragazzi scomparsi nel bosco.
È un libro su un sistema intero che decide chi può perdersi, chi viene cercato fino allo sfinimento e chi, invece, può sparire in silenzio senza che nessuno organizzi un campo base di ricerca.
E se un romanzo riesce a darmi sia il piacere del mistero, sia questa voglia di mettere in discussione il mondo che produce quel mistero… per me, il viaggio nei boschi è più che valso la fatica.




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