Entrare in Novelle della nonna dopo Cuore è come restare nello stesso tempo e allo stesso tempo spostarsi altrove, perché se prima tutto si svolgeva dentro uno spazio ordinato, riconoscibile, regolato da una voce che accompagnava e spiegava, qui si entra in un mondo che sembra esistere da sempre, fatto di racconti che non chiedono di essere capiti subito ma di essere ascoltati, come se arrivassero da una memoria più antica, che non ha bisogno di giustificarsi.

Dopo l’aula, la voce, e con essa una sensazione diversa, meno diretta, meno rassicurante, quasi come se la storia non volesse più insegnare qualcosa in modo esplicito, ma lasciare che il significato si depositi lentamente, senza dichiararsi del tutto.

Contesto

Siamo nel 1892, in un momento in cui la letteratura per l’infanzia ha già costruito modelli molto chiari, molto strutturati, e proprio per questo inizia ad aprirsi a qualcosa di diverso, a una dimensione che non passa più soltanto attraverso la scuola o la famiglia come luoghi di formazione, ma attraverso il racconto, la tradizione, quella forma di narrazione che si tramanda e che porta con sé un immaginario condiviso.

Emma Perodi si muove proprio in questo spazio, recuperando un mondo che è insieme concreto e fantastico, radicato nel Mugello ma allo stesso tempo sospeso, quasi fuori dal tempo, e costruisce una raccolta che non segue una progressione lineare, ma si affida a una struttura fatta di ritorni, di variazioni, di storie che si rispondono tra loro senza mai chiudersi del tutto.

Trama

Novelle della nonna non è un romanzo nel senso tradizionale, ma una raccolta di racconti legati da una cornice narrativa in cui una nonna racconta storie a un gruppo di bambini, e già questa scelta cambia il modo in cui ci si muove dentro il testo, perché non c’è un unico percorso da seguire, ma una serie di aperture, di ingressi possibili.

Ogni racconto è autonomo, eppure contribuisce a costruire un’atmosfera comune, fatta di elementi fantastici, presenze inquietanti, situazioni in cui il soprannaturale entra senza essere spiegato, come se facesse parte dell’ordine naturale delle cose, e proprio per questo non diventa mai del tutto rassicurante.

Ci sono spiriti, maledizioni, apparizioni, trasformazioni, ma quello che colpisce non è tanto l’elemento fantastico in sé, quanto il modo in cui si intreccia con la vita quotidiana, creando una realtà che resta sempre leggermente instabile, come se bastasse poco per far emergere qualcosa di nascosto.

Le storie non cercano di proteggere chi legge, e nemmeno di guidarlo in modo esplicito, ma mostrano situazioni in cui le azioni hanno conseguenze, in cui il bene e il male non sono sempre separati in modo netto, e in cui ciò che accade lascia una traccia che non si cancella facilmente.

Movimento (senza chiamarlo così)

Qui il cambiamento rispetto a Cuore è evidente, ma non avviene attraverso una rottura dichiarata, piuttosto attraverso uno spostamento, perché si passa da una narrazione che costruisce un modello a una narrazione che lascia spazio all’ambiguità, al dubbio, a tutto ciò che non può essere completamente ordinato.

La formazione non scompare, ma cambia forma, diventando meno visibile, meno controllata, affidata non a una voce che spiega, ma a storie che suggeriscono, che insinuano, che restano aperte.

Stile

La scrittura è molto diversa da quella di De Amicis, perché rinuncia alla linearità per costruire un’atmosfera, e si muove attraverso immagini, ripetizioni, piccoli scarti che creano una sensazione di attesa continua, come se ogni racconto fosse sul punto di rivelare qualcosa che però non si lascia mai afferrare del tutto.

C’è una qualità quasi orale, che si percepisce nel ritmo, nella costruzione delle frasi, nel modo in cui le storie sembrano pensate per essere raccontate più che lette, e questo contribuisce a creare un’esperienza di lettura più immersiva, meno guidata.

Cosa mi è rimasto

Mi è rimasta soprattutto questa atmosfera sospesa, questa sensazione di essere dentro un mondo che non ha bisogno di spiegarsi, in cui il fantastico non è un elemento separato dalla realtà, ma una delle sue possibili forme.

E mi è rimasto anche il modo in cui l’infanzia viene rappresentata, non come qualcosa da correggere o da indirizzare, ma come uno spazio capace di accogliere anche ciò che è oscuro, ambiguo, difficile, senza bisogno di risolverlo.

Cosa mi ha convinto meno

La struttura episodica, a tratti, crea una certa distanza, perché non c’è un vero sviluppo continuo, e questo fa sì che alcuni racconti restino più impressi di altri, mentre altri sembrano dissolversi più velocemente.

Allo stesso tempo, questa ripetizione di atmosfere simili, se da un lato costruisce una forte identità, dall’altro può attenuare l’impatto di alcune singole storie.

La mia esperienza

Leggere Novelle della nonna dopo Cuore è stato come uscire da uno spazio chiuso e ritrovarsi in un paesaggio più ampio, meno controllato, in cui non c’è più una direzione chiara ma una serie di possibilità.

Se prima tutto era pensato per guidare, qui tutto sembra esistere indipendentemente da chi ascolta, e questo cambia profondamente il modo di stare dentro la lettura, rendendola meno immediata ma più avvolgente, come qualcosa che continua a lavorare anche dopo.

Lo consiglierei a un bambino oggi

Sì, ma con qualche attenzione, perché alcune storie hanno una componente inquietante che potrebbe non essere immediatamente accessibile ai lettori più piccoli, e proprio per questo lo vedo più adatto a partire dai dieci o undici anni, magari accompagnato, perché può diventare un modo molto interessante per entrare in una forma di narrazione diversa, meno esplicita, più immaginativa, che non semplifica ma lascia spazio, e proprio per questo riesce a restare più a lungo.

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