Comincio già innamorata di questo libro, perché era da tempo nella mia lista per colpa della mia amica Viv, che l’ha presentato così:
“Opera prima di una Némirovsky poco più che ventenne ma già capace di scandagliare le pieghe emotive di una relazione adulterina e le implicazioni sociali ed economiche della Grande Guerra.”
Dopo una frase così, onestamente, era impossibile non leggerlo.

E poi c’era lei, Irène Némirovsky, che già di per sé è una calamita. Scrittrice franco-ucraina, ebrea, nata nel 1903, cresciuta nel privilegio e deportata e uccisa ad Auschwitz nel 1942. Sapere che Il malinteso è uno dei suoi primi romanzi, scritto quando aveva poco più di vent’anni, mi ha convinta definitivamente.

La Trama

Siamo negli anni Venti, sulle spiagge eleganti di Hendaye. Denise è una giovane donna parigina, sposata, con una figlia, una vita comoda e giornate piene di tempo vuoto. Il marito rientra al lavoro, lei resta ancora qualche giorno al mare. In questo spazio sospeso compare Yves Harteloup. Ha modi discreti, un’educazione impeccabile, l’aria di chi è cresciuto nel denaro. Denise lo riconosce subito come uno “del suo stesso ambiente” e, complice l’assenza del marito e l’atmosfera da vacanza, tra i due nasce una relazione.

Finché restano in quella bolla sembra quasi una storia d’amore da cartolina. Ma al rientro a Parigi la realtà si mette in mezzo. Yves non è l’uomo solido che lei si era immaginata. È un reduce di guerra, proveniente da una famiglia ricca che il dopoguerra ha rovinato. Ora vive di un lavoro impiegatizio che disprezza e che non basta a sostenere lo stile di vita a cui era abituato. Denise invece torna al suo appartamento spazioso, al marito, ai pomeriggi liberi.

Da qui in avanti il malinteso del titolo si allarga. Lei sogna un amore assoluto che la metta al centro di tutto. Lui cerca un po’ di pace in mezzo alla fatica quotidiana. Si amano, sì, ma non dallo stesso punto di partenza e non con lo stesso margine di respiro. E questo si sente in ogni incontro, in ogni piccolo litigio, in ogni silenzio.

Contesto storico e movimento letterario

Il malinteso è figlio diretto della Francia del primo dopoguerra. Da una parte ci sono i “nuovi poveri”, come Yves, famiglie borghesi che hanno perso patrimoni, status e certezze. Dall’altra borghesie che hanno retto meglio l’urto e continuano tra villeggiature, salotti e una normalità che assomiglia più a una recita che a una guarigione. È un mondo in cui il matrimonio è ancora soprattutto un accordo sociale ed economico, e l’amore entra dove trova spazio.

Dal punto di vista letterario è un romanzo breve che si colloca nel solco del romanzo psicologico borghese. Non c’è un mistero da risolvere, ma un lavoro finissimo sulle sfumature emotive, sulle frizioni tra ciò che i personaggi desiderano e ciò che la loro posizione sociale permette davvero. È anche, a modo suo, un piccolo romanzo “sociale”, ma senza proclami. Ti mostra chi può organizzare la propria vita attorno a un amore e chi invece deve infilare il sentimento nei ritagli di tempo tra lavoro, stanchezza e conti da pagare.

Scrittura, struttura e stile

La cosa più potente è la compattezza. Il malinteso è breve, ma non leggero. Némirovsky scrive con una prosa limpida, diretta, poco sentimentale. I dialoghi sono pieni di sottotesti, spesso ciò che ferisce non è quello che viene detto, ma quello che resta non detto.

La struttura è lineare, niente salti nel tempo, niente artifici. Segui Yves e Denise mentre passano dalla bolla estiva all’attrito della città. Però, dentro questa linearità, succede moltissimo. Basta una frase fuori posto, una visita annullata, un gesto mancato, e senti la relazione spostarsi di un millimetro verso il punto di rottura. È una scrittura che non fa rumore, ma scava.

E c’è questo doppio sguardo che mi ha colpita molto. Da un lato l’autrice è spietata nel mettere a nudo egoismi, capricci e cecità. Dall’altro c’è una tenerezza di fondo, come se sapesse che quei due stanno facendo il meglio che possono dentro un mondo che non li aiuta per niente.

Cosa funziona

Mi ha conquistata la miscela tra storia d’amore e ritratto sociale. Non è solo la cronaca di una relazione adulterina finita male, è anche un modo per mostrare come soldi, lavoro e passato storico entrino nel letto insieme ai protagonisti.

Ho amato la figura di Denise, con tutte le sue contraddizioni. È viziata, sì, a volte crudamente egocentrica, ma è anche intrappolata in un ruolo che la educa a vivere dell’amore di qualcun altro, a misurare il proprio valore nelle attenzioni ricevute. Yves, dall’altra parte, è stanco, ferito, orgoglioso, spesso incapace di dire quello che prova davvero. Nessuno dei due ha davvero ragione, ed è proprio per questo che risultano credibili.

E poi la brevità. Non c’è niente di superfluo. In poche pagine vedi nascere, fiorire e sfiancarsi un amore e, allo stesso tempo, capisci meglio un’intera classe sociale in un momento storico preciso. È quel tipo di libro che chiudi e pensi “meno male che è finito”, ma allo stesso tempo senti quasi la mancanza di quel disagio.

Cosa mi ha convinta meno

Se devo trovare qualche limite, direi che in certi momenti si ha l’impressione che la narrazione sia un po’ più indulgente con Yves che con Denise. Lui ha più alibi, più sfumature, mentre lei rischia a tratti di scivolare nel ritratto della donna capricciosa, anche se sotto si intuisce un vuoto enorme. Mi sarebbe piaciuto un filo più di complessità anche dalla sua parte.

E poi ci sono alcuni temi importanti che restano sullo sfondo. Il trauma della guerra, la violenza sottile del lavoro ripetitivo e umiliante, la pressione sociale sul maschio “fallito” dopo la caduta economica. Ci sono, ma vengono solo sfiorati. Fa parte della scelta di concentrarsi sulla relazione, però lascia quella voglia di due o tre capitoli in più.

La mia esperienza di lettura

Io l’ho letto in un fiato, ma non è stata una lettura “comoda”. È quel tipo di libro in cui vorresti entrare nella scena e fermare i personaggi prima che dicano la cosa sbagliata per l’ennesima volta. Vedi due persone che si amano a modo loro, ma restano incastrate nei propri bisogni, nel proprio orgoglio, nelle condizioni materiali che non controllano.

Quello che mi è rimasto addosso non è tanto la domanda “ma si amavano davvero?”, quanto un’altra. Bastava l’amore? In quella città, in quegli anni, con quel divario di soldi, di tempo, di libertà, sarebbe mai potuta andare diversamente?

E forse è proprio qui che il libro, per me, diventa prezioso. Non ti dice che l’amore è inutile, né che tutto è colpa della società. Ti fa sentire che i sentimenti nascono dentro strutture molto concrete e che, a volte, il malinteso non è solo tra due persone, ma tra quello che ci hanno insegnato a sognare e il mondo reale in cui cerchiamo di vivere quei sogni.

2 risposte a “Il malinteso”

  1. Grazie per la tua affettuosa citazione! Hai davvero fatto una bellissima riflessione che approfondisce perfettamente tutti gli aspetti di questo racconto piccolo solo per numero di pagine. Ps. Però adesso devi tradurmi le frasi in portoghese/brasiliano 😉

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    1. Grazie a te per avermelo fatto scoprire, la citazione era più che meritata. Sono davvero contenta che la riflessione ti sia piaciuta. E sì, chiedo scusa per la gaffe. A volte mi scappano queste cose e non me ne accorgo nemmeno. La cosa buffa è che succede anche quando parlo portoghese, ogni tanto mi esce una parola in italiano e solo dopo mi rendo conto. Comunque le frasi erano queste.
      “Não tem gordura” vuol dire che non ha niente di superfluo, che il libro è molto compatto.
      “É aquele tipo de livro que você fecha e pensa ‘ufa, ainda bem que acabou’” è tipo quando chiudi un libro intenso e pensi “meno male che è finito”.
      E “saudade do incômodo” è quella sensazione strana per cui, anche se il libro ti mette a disagio, quando lo finisci ti manca quasi proprio quel disagio. Prometto che la prossima volta cerco di non infilare il portoghese nel mezzo del testo ahah

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