Pubblicato nel 1975, Corregidora è uno di quei romanzi che sembrano muoversi su due tempi contemporaneamente. Da una parte c’è il presente di Ursa Corregidora, cantante blues nel Kentucky degli anni Quaranta. Dall’altra c’è un passato molto più lontano che continua a entrare in ogni spazio del presente, senza mai restare davvero nel passato.

La storia si colloca negli Stati Uniti del Novecento, ma è attraversata continuamente da un passato più lontano, quello della schiavitù in Brasile, che non viene trattato come qualcosa di concluso, ma come una presenza attiva, che continua a definire le vite dei personaggi. Le antenate di Ursa erano state schiavizzate in Brasile da un uomo portoghese chiamato Corregidora, proprietario di schiavi e sfruttatore sessuale, che dopo l’abolizione della schiavitù cerca di distruggere ogni prova di ciò che ha fatto. È da lì che nasce il compito che attraversa tutte le generazioni successive. Se i documenti possono essere bruciati, allora saranno i corpi e le parole delle donne a conservare la memoria.

È una premessa potentissima, e quello che mi ha colpita di più è che Gayl Jones non tratta mai questa memoria come qualcosa di astratto o simbolico. È concreta, pesante, quasi fisica.

Trama

Il romanzo segue Ursa Corregidora, una cantante blues che vive nel Kentucky e porta sulle spalle una memoria familiare che non le è stata trasmessa come racconto, ma quasi come un ordine.

Sua bisnonna e sua nonna erano state schiavizzate in Brasile da Corregidora e per tutta la vita hanno ripetuto alle generazioni successive la necessità di “make generations”, avere figli per mantenere viva quella memoria e continuare a testimoniare ciò che era accaduto.

Ma all’inizio del romanzo succede qualcosa che cambia completamente il senso di questa eredità. Dopo una lite violenta con il marito Mutt Thomas, Ursa cade dalle scale, perde il bambino che porta in grembo e subisce un’isterectomia che le impedisce di avere altri figli.

Da quel momento il romanzo diventa ancora più doloroso, perché Ursa si ritrova a confrontarsi con una domanda devastante. Se non può più generare figli, come può continuare quella testimonianza.

Tra il lavoro nei locali dove canta blues, le relazioni affettive, il rapporto con il desiderio e il peso di una memoria familiare che invade continuamente il presente, Ursa cerca una forma possibile di esistenza che non coincida completamente con il destino che le è stato imposto.

Il romanzo non separa mai davvero passato e presente. Tutto continua a mescolarsi.

Stile

La scrittura di Gayl Jones è essenziale, tagliente e spesso quasi ossessiva nel modo in cui torna sulle stesse parole, sugli stessi ricordi, sulle stesse frasi.

Le ripetizioni mi hanno colpita molto perché non sembrano mai un semplice effetto stilistico. Danno davvero l’impressione di una memoria traumatica che non riesce a raccontarsi una volta sola e che continua a ritornare.

Anche i dialoghi fanno qualcosa di molto particolare. Spesso non chiariscono, non spiegano, ma lasciano emergere tensioni profonde che restano aperte.

È una lingua che non cerca mai di rendersi comoda per chi legge.

Cosa mi è rimasto

Mi è rimasta soprattutto questa idea della memoria come obbligo.

Non come scelta personale, non come gesto volontario, ma come qualcosa che viene ereditato e che a volte può diventare quasi impossibile da sostenere.

E mi è rimasto anche il modo in cui il romanzo lega continuamente memoria e corpo. In questo libro il trauma non passa solo attraverso il racconto, passa attraverso la sessualità, il desiderio, la maternità negata, la voce stessa di Ursa quando canta.

La mia esperienza

Leggere Corregidora è stato come restare dentro una tensione continua, senza avere mai la possibilità di prendere davvero distanza.

È un romanzo breve, ma densissimo, e in certi momenti quasi soffocante nel modo in cui ti costringe a restare dentro quella voce e dentro quella memoria.

E credo che sia proprio questa la sua forza più grande. Ti ricorda che certi traumi storici non finiscono quando finiscono ufficialmente le istituzioni che li hanno prodotti. Continuano a vivere nei corpi, nelle famiglie, nel linguaggio, spesso molto più a lungo di quanto siamo disposti ad ammettere.

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