Ho finito ieri la seconda stagione di High Potential e ho sentito che avevo bisogno di tornare a scrivere sulla serie. Avevo già fatto un post sulla prima stagione, più legato alla scoperta, a quel momento in cui si cerca ancora di capire il tono di un’opera, ci si avvicina ai personaggi, si prova a intuire se la premessa riuscirà a reggere oltre il fascino iniziale. Ora, dopo aver seguito la seconda stagione settimana dopo settimana, con quella piccola attesa quasi piacevole per ogni nuovo episodio, mi è venuta voglia di mettere meglio in ordine ciò che la serie è diventata per me.

La trama

La premessa, vista da lontano, sembra semplice e anche abbastanza familiare. Morgan, una donna con una capacità intellettiva fuori dal comune, comincia a collaborare con la polizia nella risoluzione di alcuni casi. È una struttura che la televisione conosce molto bene, il caso della settimana, la coppia improbabile, l’indagine portata avanti da qualcuno che vede ciò che agli altri sfugge. Però High Potential mi interessa meno per il mistero in sé e molto di più per il modo in cui trasforma quell’intelligenza in una presenza sociale. Morgan non è soltanto brillante, è eccessiva per gli spazi che attraversa. Parla troppo, nota troppo, reagisce troppo, entra negli ambienti come qualcuno che scompiglia una coreografia che tutti gli altri avevano già accettato come naturale.

La prima stagione e il piacere della scoperta

Nella prima stagione, di cui avevo già parlato, il piacere stava soprattutto nel suo ingresso dentro l’universo poliziesco. La serie puntava sull’attrito tra la logica dell’istituzione fatta di protocolli, gerarchie e piccole vanità professionali, e una protagonista che funziona per associazioni, intuizioni e lettura quasi fisica del mondo. La regia rafforzava questa impressione con un montaggio più rapido, pieno di dettagli isolati, piccoli collegamenti visivi, connessioni che apparivano prima ancora di essere spiegate. Era come se la macchina da presa cercasse di seguire la velocità del suo pensiero, costruendo una specie di mappa mentale in movimento.

Quello che mi aveva colpita era la possibilità, abbastanza concreta, che la serie trasformasse Morgan in un personaggio semplicemente “geniale”, secondo quel modello un po’ stanco dell’individuo eccezionale che finisce per umiliare tutti quelli che ha intorno. Kaitlin Olson, però, le dà un’altra temperatura. Morgan è buffa, impulsiva, scomoda, ma è anche sempre attraversata da una vita materiale molto concreta. Figli, bollette, stanchezza, un passato irrisolto, una casa che non sembra mai davvero un rifugio ordinato. E questo cambia molto perché la sua intelligenza non appare come una fantasia pulita di superiorità, e si arriva mescolata al sovraccarico, alla precarietà e al tentativo quotidiano di continuare a tenere insieme tutto.

La seconda stagione e il legame con i personaggi

La seconda stagione, per me, è diventata più interessante proprio perché la serie non doveva più dimostrare la propria formula. Una volta accettati Morgan, Karadec e quella dinamica di squadra, gli episodi cominciano a respirare in modo diverso. Il rapporto tra Morgan e Karadec acquista più sfumature, e mi piace molto che la serie non forzi una risoluzione sentimentale affrettata. C’è tensione, certo, ma funziona meglio quando resta nella convivenza, nell’attrito, nell’ammirazione involontaria, nei piccoli spostamenti attraverso cui uno impara a leggere l’altra.

Seguirla settimana dopo settimana cambia l’esperienza

Seguirla settimanalmente ha cambiato anche la mia esperienza. Forse perché il procedural è nato proprio per questo, per una convivenza più diluita, quasi rituale. Vedere una serie così tutta di seguito può rendere più visibili le ripetizioni, mentre un episodio alla settimana permette alla struttura di trovare il proprio ritmo. Ho finito per costruire un rapporto di presenza con quei personaggi, aspettando il caso successivo, notando piccoli cambiamenti, lasciando che alcune scene restassero un po’ con me prima dell’episodio seguente. C’è qualcosa di televisivo in senso quasi antico in tutto questo, e lo dico come un complimento.

La regia e l’estetica dell’attenzione frammentata

Dal punto di vista della regia, High Potential non cerca di reinventare il linguaggio del genere, ma sa usare bene i propri strumenti. La messa in scena è funzionale, chiara, molto interessata ai volti e alle reazioni. Il montaggio dei ragionamenti di Morgan è forse l’elemento più riconoscibile, perché traduce visivamente una mente che non procede in linea retta. La serie ama i dettagli, gli oggetti, gli indizi laterali, i frammenti di informazione che acquistano senso quando vengono riorganizzati. In questo senso, dialoga con un’estetica contemporanea dell’attenzione, quel modo di guardare il mondo per lampi, connessioni rapide, eccesso di dati e piccole epifanie visive.

Ed è qui che entra una dimensione sociologica che trovo molto bella, proprio perché la serie non la trasforma in discorso. Morgan vive in un mondo che valorizza l’intelligenza quando produce risultati, ma guarda con sospetto tutto ciò che accompagna quella stessa intelligenza quando non si comporta nel modo previsto. È utile all’istituzione, ma continua a essere percepita come rumore. E questo dice molto sul modo in cui certi sistemi accolgono i talenti fuori norma solo quando riescono a estrarne qualcosa. La serie lo osserva con leggerezza, quasi di nascosto tra una scena investigativa e l’altra, ma è una delle ragioni per cui mi sembra più intelligente di quanto la sua confezione lasci intendere.

Quello che funziona meno

Naturalmente non tutto funziona allo stesso modo. Alcuni casi della settimana sono più riusciti di altri, e ci sono episodi in cui la soluzione arriva un po’ troppo facilmente. A volte l’indagine sembra meno costruita e più guidata dalla necessità di arrivare al prossimo momento di brillantezza della protagonista. Penso anche che la serie corra, in alcuni passaggi, il rischio di romanticizzare questa mente sempre accesa, come se la sofferenza di notare tutto fosse soltanto un tratto affascinante. Spesso riesce a evitarlo grazie all’interpretazione di Kaitlin Olson, che lascia emergere la stanchezza nel corpo, nella voce, nel modo in cui Morgan sembra sempre un po’ in ritardo rispetto alla propria vita.

Perché ho continuato a seguirla

Eppure ho finito questa seconda stagione con una sensazione molto buona. High Potential è una serie confortevole senza essere vuota. Ha umorismo, ritmo, mistero, personaggi carismatici e una protagonista che porta con sé qualcosa di molto riconoscibile, il tentativo di essere brillante e funzionale mentre la vita comune continua a chiedere cose piccole, urgenti e per niente cinematografiche. Forse è per questo che mi è piaciuto tanto seguirla poco alla volta. Ha quella qualità di compagnia, di serie che si visita ogni settimana e con cui, quasi senza accorgersene, si finisce per creare un affetto.

A chi la consiglio

La consiglio a chi ama i polizieschi con personaggi forti, a chi sente la mancanza di serie che non dipendono soltanto da grandi colpi di scena, e a chi si diverte a osservare come la televisione possa parlare di lavoro, cura, maternità, classe e appartenenza senza dover annunciare questi temi ad alta voce. High Potential può sembrare solo un’altra serie investigativa, ma quando la si guarda con un po’ più di attenzione rivela una grazia tutta sua, fatta di intelligenza, fatica, umorismo e un’umanità un po’ disordinata che dialoga molto bene con il nostro tempo.

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