A prima vista, Nuotare nel buio sembra una storia d’amore. E lo è. Però non nel senso più comodo del termine, quello in cui l’amore basta a creare un mondo a parte e a proteggerlo da tutto il resto. Qui l’amore nasce, prende corpo, diventa felicità, desiderio, scoperta, ma resta sempre esposto. Anche nei momenti più belli si sente che qualcosa può arrivare da fuori e rovinare tutto. Il romanzo è uscito in inglese nel 2020 con il titolo Swimming in the Dark ed è il debutto letterario di Tomasz Jędrowski. In Italia è stato pubblicato come Nuotare nel buio

La storia

Siamo in Polonia, nel 1980. Ludwik Głowacki è prossimo alla laurea, ma non dà mai l’impressione di essere davvero al suo posto. È inquieto, disilluso, pieno di quella fame un po’ dolorosa di chi vorrebbe una vita più vera, anche se non sa ancora bene come raggiungerla. Durante un campo agricolo estivo incontra Janusz, e tra loro nasce un legame che all’inizio ha qualcosa di quasi irreale.

Le pagine del lago funzionano molto bene. Non perché siano semplicemente belle, anche se lo sono, ma perché danno per un attimo la sensazione che il mondo si sia allargato. Ludwik e Janusz nuotano, leggono libri proibiti, si cercano. Sono scene delicate, molto fisiche, e forse proprio per questo fanno male dopo, quando il romanzo torna alla città e a tutto quello che la città porta con sé.

A Varsavia cambia l’aria. Janusz e Ludwik non smettono di essere legati, ma cominciano a muoversi in direzioni diverse. Ludwik sente sempre di più il bisogno di non costruire la propria vita sulla paura. Janusz, invece, sembra cercare una sicurezza possibile dentro il sistema. E qui, almeno per me, è cominciata la parte più scomoda della lettura. Non ho odiato Janusz subito. Anzi, per un po’ ho continuato a sperare che ci fosse in lui qualcosa capace di resistere. Poi i suoi compromessi diventano sempre più difficili da guardare senza irritazione, e anche senza tristezza.

Il romanzo non racconta l’amore come una parentesi pura. Questo mi è piaciuto. Ludwik e Janusz non vivono in una bolla, anche quando vorrebbero. Ogni gesto ha un peso. Ogni scelta personale finisce per toccare qualcosa di più grande, il lavoro, la reputazione, la famiglia, il futuro. E a un certo punto diventa chiaro che non basta desiderare la stessa persona per volere la stessa vita.

Il contesto

Jędrowski ambienta la storia nella Polonia dei primi anni Ottanta, ma non appesantisce il romanzo con spiegazioni storiche continue. Questa è una delle sue qualità. Il contesto si sente nei dettagli, nelle conversazioni trattenute, nei favori, nelle carriere, nel modo in cui le persone sembrano sapere sempre cosa conviene dire e cosa è meglio tenere per sé.

Mi ha colpita soprattutto questa dimensione quotidiana del controllo. Non c’è bisogno che ogni pagina mostri apertamente la violenza del sistema. A volte basta un invito, una promessa di avanzamento, una porta che può aprirsi o chiudersi. Il romanzo fa capire bene come certe pressioni entrino nella vita privata quasi senza annunciarsi. E forse è per questo che fanno così paura.

Ludwik scopre il desiderio in un mondo che non gli offre una lingua sicura per nominarlo. Questa cosa attraversa tutto il libro, anche quando non viene detta direttamente. Amare Janusz significa anche imparare quanto poco spazio esista per quell’amore, quanto sia facile che una cosa intima venga spinta nell’ombra, trattata come qualcosa da gestire, da nascondere, da rendere innocua.

La scrittura

La scrittura di Jędrowski è molto sensoriale. Acqua, pelle, caldo, vegetazione, stanze chiuse, strade di Varsavia. Il romanzo lavora molto con le immagini, e in alcuni momenti questa scelta è davvero efficace, soprattutto nella prima parte, quando il desiderio tra Ludwik e Janusz sembra passare più dai corpi che dalle parole.

Ho trovato belle le scene in cui l’acqua diventa quasi un luogo di sospensione. Nel lago i due sembrano meno controllati, meno obbligati a recitare. Però questa bellezza non è mai del tutto tranquilla, perché il romanzo è raccontato dalla memoria di Ludwik, e quindi anche le immagini più luminose arrivano già segnate da quello che verrà dopo.

A volte lo stile rischia di essere molto levigato. Questa è una cosa che ho sentito. Ci sono passaggi in cui la malinconia è così presente, così dichiarata nell’atmosfera, che sembra quasi precedere i personaggi. Non mi ha tolto il piacere della lettura, ma ogni tanto avrei voluto una pagina meno composta, meno consapevole della propria tristezza.

Quando il romanzo funziona meglio, però, questa scrittura lenta e luminosa trova una ragione precisa. Non sta solo abbellendo il dolore. Sta mostrando come certi ricordi restino attaccati ai sensi. Una luce, una stanza, un corpo nell’acqua, un libro letto insieme. Ludwik racconta come qualcuno che non riesce davvero a separare ciò che è accaduto da ciò che continua a tornare.

Ludwik, Janusz e il compromesso

La parte più interessante, per me, è il modo in cui il romanzo costruisce la distanza tra Ludwik e Janusz. All’inizio li guardiamo soprattutto come due ragazzi che si desiderano. Poi, piano piano, diventano anche due modi diversi di stare al mondo.

Ludwik mi è sembrato più facile da amare come personaggio. Ha qualcosa di scoperto, di vulnerabile, ma anche di ostinato. Vuole respirare meglio. Vuole una vita che non sia fatta soltanto di calcolo. Janusz è più difficile. Non perché sia scritto male, anzi. È difficile perché il romanzo lo lascia spesso filtrato dallo sguardo ferito di Ludwik, e quindi lo vediamo da una distanza piena di amore, rabbia e delusione.

Questa scelta è coerente, ma mi ha lasciata con una curiosità. Avrei voluto capire di più Janusz dall’interno. Non per assolverlo. Piuttosto per sentire meglio da dove viene il suo bisogno di sicurezza, perché il libro lascia intuire che i suoi compromessi non nascono dal nulla. Nascono da una paura concreta, da un desiderio di riconoscimento, forse anche dalla seduzione molto semplice di poter appartenere a qualcosa.

E questa è una delle cose più amare del romanzo. Janusz non tradisce soltanto Ludwik in senso sentimentale. A un certo punto sembra accettare un modo di vivere che per Ludwik è insopportabile. È lì che la storia fa più male, perché non parla solo di due persone che si perdono. Parla di due persone che cominciano a non riconoscere più la stessa idea di salvezza.

Cosa mi è rimasta di più

La cosa che mi è rimasta addosso è l’atmosfera dell’estate. Le scene al lago hanno una forza particolare perché sembrano davvero un tempo a parte. Non un paradiso, forse sarebbe troppo, ma un momento in cui Ludwik e Janusz possono essere più vicini a se stessi. Sapendo come andrà dopo, quelle pagine diventano ancora più dolorose.

Mi è piaciuto anche che il desiderio queer non venga raccontato soltanto attraverso la sofferenza. La sofferenza c’è, e sarebbe impossibile ignorarla, ma prima c’è il piacere di essere guardati, toccati, scelti. C’è la scoperta quasi incredula di poter essere desiderati senza vergogna. Questa parte mi è sembrata importante, perché rende il rapporto tra Ludwik e Janusz vivo prima ancora che tragico.

Il romanzo è bravo anche nel mostrare che la politica non entra nella vita solo attraverso i grandi eventi. Entra nelle possibilità concrete. Nel lavoro. Nelle conoscenze. In quello che si tace per non perdere qualcosa. In questo senso, la storia d’amore non è mai separata dal resto, e forse è proprio qui che il libro trova il suo punto più forte.

Cosa mi ha convinta meno

La malinconia, a volte, è molta. Troppa, forse, almeno per il mio gusto. Il romanzo sembra sapere fin dall’inizio che sarà una storia perduta, e questa consapevolezza dà intensità alla lettura, ma toglie un po’ di sorpresa. Non mi sono annoiata, però raramente ho avuto la sensazione che la traiettoria emotiva potesse davvero cambiare.

Mi è mancato anche qualcosa di Janusz. Capisco che il libro appartenga alla memoria di Ludwik, e proprio per questo non può diventare un racconto neutro, distribuito in modo perfetto tra i due. Però Janusz resta, in parte, una figura vista da fuori. Interessante, ambigua, dolorosa, ma non sempre abbastanza vicina. E quando un personaggio è così decisivo, questa distanza si sente.

Un’altra cosa, più sottile, riguarda lo stile. In certi momenti ho sentito che il romanzo cercava molto la frase bella, l’immagine precisa, la tristezza già pronta a depositarsi sulla scena. Funziona spesso, ma non sempre. Ogni tanto avrei preferito qualcosa di più ruvido, una pagina meno elegante, magari anche meno bella, ma più imprevedibile.

La mia esperienza di lettura

Ho letto Nuotare nel buio con una specie di doppia sensazione. Da un lato mi lasciavo prendere dalla bellezza della storia, soprattutto nella prima parte. Dall’altro, abbastanza presto, ho iniziato a diffidare di quella bellezza. Mi sembrava troppo fragile per durare. Ogni volta che Ludwik e Janusz sembravano trovare un po’ di spazio, io aspettavo già il momento in cui quel spazio si sarebbe richiuso.

Mi sono affezionata a Ludwik soprattutto per la sua inquietudine. Non è un personaggio pacificato, e questo lo rende umano. A volte sembra quasi incapace di proteggersi dal proprio bisogno di verità. Janusz, invece, mi ha lasciata più divisa. Ci sono momenti in cui si capisce il suo fascino, e proprio per questo le sue scelte fanno più male. Non è un personaggio che si possa liquidare facilmente, anche quando viene voglia di farlo.

Alla fine, Nuotare nel buio mi è rimasto come un romanzo sul primo amore, ma anche sulla fatica di dare una forma vivibile a quel primo amore quando tutto intorno lo rende precario. Il titolo è molto giusto. Non solo per l’acqua, che nel libro ha un peso evidente, ma per quella sensazione di muoversi senza sapere davvero dove si arriverà. È un’immagine bella, sì, ma soprattutto inquieta. E forse è per questo che resta.

2 risposte a “Nuotare nel buio”

  1. Ecco, qui mi hai incuriosito e mi pare possa essere nelle mie corde. Metto in nota

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    1. secondo me sì, questo potrebbe essere molto più nelle tue corde!

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