Il romanzo è uscito negli Stati Uniti nel 2018 con il titolo The Friend e nello stesso anno ha vinto il National Book Award for Fiction. In Italia è stato pubblicato come L’amico fedele. È un libro abbastanza breve, ma non lo definirei leggero. Si legge con facilità, questo sì, però dentro ha molte cose che continuano a lavorare anche dopo averlo chiuso.
Parla di morte, amicizia, scrittura, solitudine, amore, memoria. E poi parla anche di un cane enorme in un appartamento di New York, cosa che detta così sembra quasi buffa. In realtà è proprio lì che il romanzo trova la sua forza. Parte da una situazione concreta, quasi assurda, e piano piano la trasforma in qualcosa di molto intimo.
La trama
La protagonista è una scrittrice e insegnante di scrittura che vive a Manhattan. All’inizio del romanzo perde un caro amico, anche lui scrittore, morto suicida. Era stato il suo mentore, forse anche qualcosa di più, sicuramente una figura molto importante nella sua vita. Non solo sul piano affettivo, ma anche su quello intellettuale.
Dopo la sua morte, la terza moglie dell’uomo le chiede di prendersi cura del suo cane, Apollo. Apollo è un alano gigantesco, triste, spaesato. È quasi troppo grande per stare nella vita della narratrice, e infatti il problema è subito pratico. Nel suo palazzo non sono ammessi animali. Un cane piccolo forse si potrebbe nascondere. Apollo no. Apollo è impossibile da ignorare.
Questa convivenza mette a rischio la casa della protagonista, che già vive una situazione fragile, sia emotivamente sia materialmente. Però, proprio attraverso questa cosa improbabile, una donna in lutto e un cane enorme che sembra portarsi addosso lo stesso dolore, il romanzo comincia davvero.
Il lutto non viene risolto. Non c’è una grande guarigione improvvisa. Piuttosto, il dolore prende una forma quotidiana. Diventa passeggiate, cibo per cani, visite dal veterinario, letture ad alta voce, spazio occupato sul pavimento. Mi è piaciuto molto questo aspetto, perché il romanzo non tratta il dolore come un sentimento astratto. Lo fa entrare nella casa, lo fa pesare, lo fa respirare accanto alla protagonista.
L’amico fedele non è solo un libro su una donna e un cane, anche se quel rapporto è il centro più tenero della storia. È anche un libro su ciò che resta dopo una morte. Su come si continua a parlare con qualcuno che non può più rispondere. Su quanto sia difficile capire dove finisce l’amore e dove comincia l’abitudine, dove finisce la cura dell’altro e dove comincia il bisogno di essere salvati da qualcosa.
Il contesto letterario e storico
Sigrid Nunez appartiene a una linea della narrativa americana contemporanea che ama mescolare le forme. I suoi romanzi sembrano romanzi, ma dentro ci sono anche diario, saggio, memoir, critica letteraria, ricordi, riflessioni sparse. L’amico fedele funziona proprio così.
La trama c’è, e Apollo la rende molto concreta, però il libro vive soprattutto nella mente della narratrice. Seguiamo le sue associazioni, i libri che ricorda, le frasi che cita, i pensieri sulla scrittura, sull’insegnamento, sugli scrittori, sulla fine di un certo mondo letterario. A volte sembra quasi di ascoltare una persona che pensa mentre cammina per casa, mentre guarda il cane, mentre cerca di non crollare.
È anche un romanzo molto legato al presente, anche se non cerca di sembrare attuale a tutti i costi. Parla di solitudine urbana, di affitti, di regole condominiali, di precarietà nel lavoro culturale. Parla anche di donne che abitano ambienti intellettuali dominati da uomini carismatici, affascinanti, spesso ingombranti.
L’amico morto è stato un grande seduttore, un professore, uno scrittore ammirato. Una di quelle figure che lasciano dietro di sé affetto, ferite, allieve, mogli, racconti, versioni diverse della stessa persona. Nunez non lo cancella e non lo condanna in modo semplice. Lo guarda con lucidità, e questa secondo me è una delle cose più interessanti del libro.
Il romanzo riflette anche su come oggi rileggiamo certi uomini geniali, brillanti, egocentrici, abituati a essere perdonati perché intelligenti. La narratrice gli ha voluto bene, e proprio per questo il suo sguardo non è mai piatto. C’è gratitudine, c’è rabbia, c’è stanchezza, c’è nostalgia. Il lutto non diventa santificazione, e questa scelta mi sembra molto onesta.
La scrittura e lo stile
La scrittura di Nunez è una delle parti più belle del romanzo. È limpida, intelligente, piena di deviazioni, però non mi è sembrata fredda. Ha qualcosa di molto controllato, certo, ma ogni tanto lascia passare una malinconia più nuda.
Il libro passa dal lutto alla letteratura, da Apollo a Rilke, da una scena domestica a una riflessione sul mestiere di scrivere. Questo movimento continuo potrebbe diventare pesante, invece quasi sempre funziona. Sembra una conversazione con una persona molto colta che non ha bisogno di dimostrare di esserlo ogni due righe.
Il tono è malinconico, ma non cupo dall’inizio alla fine. C’è un’ironia sottile, soprattutto nelle situazioni pratiche. L’idea di vivere con un alano enorme in un appartamento dove gli animali sono vietati ha qualcosa di assurdo. E anche le osservazioni sul mondo editoriale, sulle scuole di scrittura e sul mito dello scrittore tormentato hanno spesso una secchezza divertente.
Apollo, poi, è scritto benissimo. Nunez non lo trasforma in un personaggio umano travestito da cane, e questo per me è importante. Apollo resta cane. Ha il suo corpo enorme, il suo odore, la sua tristezza, i suoi bisogni. Non parla, non spiega, non consola con frasi perfette. Proprio per questo costringe la protagonista a un altro tipo di relazione. Con lui non può usare l’intelligenza come scudo. Deve esserci, semplicemente. Guardarlo, nutrirlo, portarlo fuori, accettare che una parte dell’amore passi anche da gesti molto concreti.
Le domande sotto il racconto
Dal punto di vista letterario, L’amico fedele è anche un romanzo sulla narrazione. La protagonista si chiede spesso che cosa possa fare la letteratura davanti al dolore. Raccontare aiuta davvero, oppure a volte è solo un modo elegante per non guardare troppo da vicino quello che fa male.
Questa domanda attraversa tutto il libro e non riceve una risposta definitiva. Anzi, forse il romanzo funziona proprio perché non prova a chiuderla. La scrittura può consolare, ma può anche diventare una difesa. Può avvicinare alla perdita, ma può anche trasformarla in qualcosa di più ordinato, più sopportabile, forse perfino troppo bello.
Il libro lavora anche sul genere dell’elegia, cioè della scrittura del lutto, ma lo fa in modo molto contemporaneo. Non ci sono grandi toni solenni, ci sono email, appartamenti, università, lezioni di scrittura, cani, contratti d’affitto, citazioni letterarie e ricordi scomodi. La perdita non viene separata dalla vita quotidiana. Entra nella casa insieme ad Apollo e comincia a occupare spazio.
Mi sembra un libro molto acuto sul lavoro culturale e sui rapporti di potere nel mondo letterario. La protagonista si muove in un ambiente in cui talento, desiderio, ammirazione e autorità si mescolano facilmente. Il suo amico morto è stato fondamentale per lei, ma appartiene anche a una cultura in cui certi uomini hanno occupato moltissimo spazio, lasciando agli altri il compito di amarli, interpretarli, ricordarli, perdonarli o rimetterli in discussione.
C’è poi il tema della cura, che passa soprattutto attraverso Apollo. Prendersi cura di un animale anziano, enorme, depresso e malato significa riorganizzare la propria vita intorno alla vulnerabilità di un altro essere. Il romanzo qui diventa molto delicato. La cura non viene presentata come qualcosa di puro e facile. È anche fatica, responsabilità, paura, perdita di libertà. Però è proprio dentro questa fatica che la protagonista trova una specie di presenza. Non una soluzione, ma almeno un modo per restare nel mondo.
Punti positivi
Il punto più forte del romanzo, per me, è la sua intelligenza emotiva. Nunez parla di dolore senza sentimentalismo e di amore senza semplificarlo troppo. Il rapporto con Apollo è commovente, ma non viene mai usato per strappare lacrime in modo facile.
Mi è piaciuta molto anche la forma ibrida del libro. Apprezzo i romanzi che pensano mentre raccontano, quando questo non diventa solo esercizio di stile. Qui le riflessioni sulla letteratura, sulla morte, sull’amicizia e sulla scrittura fanno parte del modo in cui la narratrice prova a sopravvivere. Non sembrano aggiunte decorative.
Un altro punto forte è l’ironia. In un romanzo che parla di suicidio, lutto e solitudine, l’ironia poteva sembrare fuori posto. Invece Nunez la usa bene. Serve a rendere la narratrice più viva, meno chiusa nel proprio dolore. E forse anche più credibile, perché nella vita vera il dolore non cancella sempre l’assurdo. A volte convivono, in modo strano.
Punti negativi
Il romanzo può risultare un po’ frammentario per chi cerca una trama più lineare. La storia procede spesso per associazioni, ricordi, citazioni e pensieri. Non è un libro costruito su grandi svolte narrative. Va seguito più per il tono e per il movimento mentale della narratrice che per l’intreccio.
In alcuni momenti, le riflessioni letterarie creano un po’ di distanza emotiva. Io le ho trovate quasi sempre interessanti, però capisco che possano dare la sensazione di allontanare il libro dal suo centro più vivo. Ogni tanto sembra che la narratrice abbia bisogno di pensare prima di sentire. Questa cosa può piacere molto, ma può anche lasciare il desiderio di una maggiore immediatezza.
Forse avrei voluto, in alcuni punti, restare un po’ di più con Apollo e un po’ meno dentro le citazioni. Non perché le citazioni siano inutili, ma perché il cane porta nel romanzo una presenza fisica fortissima. Quando c’è lui, il libro si accende in un modo diverso.
La mia esperienza di lettura
Leggere L’amico fedele è stato come entrare in un appartamento pieno di libri, silenzio, dolore e peli di cane. Non è un’immagine molto elegante, forse, ma per me il libro ha proprio questa consistenza. Qualcosa di intellettuale e domestico insieme. Una testa che pensa continuamente e, accanto, un corpo enorme che respira.
Mi ha colpita il modo in cui Nunez racconta una perdita senza trasformarla in un evento chiuso. La morte dell’amico non resta all’inizio del romanzo come punto di partenza. Continua a muoversi dentro la vita della protagonista. Cambia forma. A volte diventa memoria, a volte rabbia, a volte tenerezza, a volte stanchezza. E molto spesso passa attraverso Apollo.
Mi sono affezionata molto a questo cane gigantesco e silenzioso. Apollo non consola nel modo in cui ci si aspetterebbe. Non risolve niente. Non cancella il lutto. Non sostituisce l’amico morto. Però costringe la protagonista a restare nel presente. Deve uscire, nutrirlo, guardarlo, preoccuparsi per lui. Deve misurare il tempo non solo attraverso la mancanza, ma anche attraverso il bisogno concreto di qualcuno che dipende da lei.
Alla fine mi è sembrato un romanzo sulla compagnia nelle sue forme meno evidenti. L’amico del titolo può essere l’uomo perduto, il cane ereditato, forse anche la letteratura. O quella parte di noi che continua a cercare un legame anche quando sarebbe più facile chiudersi.
È un libro discreto, intelligente, malinconico. Non alza mai troppo la voce. Però resta vicino, e secondo me questa è una qualità rara.




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