Dopo L’amico fedele e I vulnerabili, mi sono sentita ormai dentro un piccolo percorso con Sigrid Nunez. Ci sono autrici che si leggono una volta, magari con piacere, e poi si lasciano lì. Con lei mi è successo qualcosa di diverso. Ho avuto voglia di continuare, di restare nella sua voce, in quel modo tutto suo di trasformare una trama apparentemente semplice in una conversazione molto più ampia sulla vita, sulla perdita, sulla compagnia e su ciò che facciamo quando le parole sembrano non bastare.

Attraverso la vita è uscito in inglese nel 2020 con il titolo What Are You Going Through ed è stato pubblicato in Italia da Garzanti, nella traduzione di Paola Bertante. Il romanzo ha anche ispirato il film La stanza accanto di Pedro Almodóvar, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2024 e vincitore del Leone d’oro. Questo dettaglio mi ha incuriosita ancora di più, perché la materia del libro sembra molto adatta allo sguardo di Almodóvar, con due donne, una stanza, la morte vicina, l’amicizia, il corpo e quella domanda enorme su come accompagnare qualcuno fino alla fine.

La trama

La narratrice è una scrittrice, come spesso accade nei romanzi di Nunez, e incontra una vecchia amica malata di cancro. Questa donna sta morendo e ha deciso di non lasciare che la malattia consumi tutto fino all’ultimo margine. Le chiede una cosa difficile, quasi impossibile da accogliere senza tremare, vuole che la narratrice le stia accanto mentre prepara la propria morte.

Da qui nasce un romanzo molto intimo, costruito non su grandi eventi, ma su una vicinanza estrema. Due donne condividono tempo, stanze, ricordi, conversazioni, paure, piccoli gesti quotidiani. La morte è presente fin dall’inizio, ma Nunez non la tratta come un grande effetto drammatico. La lascia entrare nella vita di tutti i giorni, accanto ai libri, alle passeggiate, agli incontri, ai pensieri improvvisi, alle frasi che si dicono e a quelle che si evitano.

Il titolo italiano, Attraverso la vita, mi sembra molto bello perché il romanzo non riguarda soltanto il morire. Riguarda il modo in cui si attraversa la vita quando si sa che la fine non è un’idea astratta, ma una presenza nella stanza. E riguarda anche la posizione di chi resta accanto, di chi ascolta, di chi accompagna senza poter salvare.

Il contesto letterario e storico

Sigrid Nunez continua qui la sua ricerca su una forma di romanzo molto libera, ibrida, fatta di narrazione, saggio, memoria, digressione, osservazione culturale. Come in L’amico fedele, la trama è essenziale, ma dentro quella semplicità si apre un mondo di riflessioni. La narratrice pensa alla morte, alla malattia, alla letteratura, al dolore degli altri, alla vecchiaia, al modo in cui la società contemporanea spesso non sa più stare vicino alla sofferenza se non trasformandola in problema da gestire.

Il romanzo parla anche a un tempo storico molto preciso. Viviamo in una cultura che tende a spostare la morte lontano dalla vista, a medicalizzarla, a renderla un affare tecnico, privato, quasi imbarazzante. Nunez, invece, riporta la morte dentro la conversazione. Non lo fa con freddezza e nemmeno con solennità. Lo fa attraverso due donne che si parlano, si osservano, si sopportano, si vogliono bene in un modo imperfetto e profondissimo.

C’è anche una dimensione sociale molto forte, anche se discreta. Il diritto di decidere sul proprio corpo, sulla propria malattia, sul proprio limite, attraversa tutto il libro. Nunez non trasforma la questione in un dibattito astratto. La mette dentro una relazione. E quando un tema così grande passa attraverso una stanza, una voce, una persona che ha paura e un’altra che non sa bene come aiutarla, la riflessione diventa molto più concreta.

La scrittura e lo stile

La scrittura di Nunez è ancora una volta limpida, intelligente, piena di deviazioni che sembrano casuali e invece costruiscono un ritmo molto preciso. Mi piace perché non forza mai l’emozione. Anche quando parla di cancro, suicidio assistito, paura della morte e solitudine, mantiene una specie di sobrietà affettuosa, come se sapesse che certi temi non hanno bisogno di essere caricati troppo.

Il romanzo procede per conversazioni, ricordi, letture, piccoli incontri. A volte sembra quasi che la trama si fermi per lasciare spazio al pensiero, ma in realtà è proprio quel pensiero a essere la trama. La narratrice attraversa gli altri, ascolta storie, raccoglie frammenti, e poco a poco il libro diventa una specie di coro. Non c’è solo la malattia dell’amica. Ci sono molte forme di dolore, molte vite che cercano un modo di nominare ciò che stanno attraversando.

Da lettrice, mi sono sentita molto vicina a questa forma. Nunez scrive come una persona che pensa mentre vive, e questa cosa mi piace tantissimo. Nei suoi romanzi, l’intelligenza non diventa una barriera contro l’emozione. Diventa un modo delicato di avvicinarsi a ciò che fa paura.

Lettura critica

Attraverso la vita è un romanzo sull’ascolto, la narratrice non è una protagonista che occupa tutta la scena con la propria azione. È una presenza che riceve storie, che accompagna, che osserva. Questo sposta il centro del romanzo dalla domanda su cosa succede alla domanda su come si resta accanto a ciò che succede.

C’è anche un lavoro molto interessante sulla voce. Nunez costruisce una narratrice che sembra parlare con naturalezza, ma che in realtà sta sempre interrogando la possibilità stessa di raccontare il dolore. Come si racconta una persona che sta morendo senza appropriarsi della sua esperienza. Come si accompagna qualcuno senza trasformarsi in eroina morale. Come si parla della morte senza renderla decorativa. Il libro resta dentro queste domande, e questa esitazione mi è sembrata una delle sue qualità più sincere.

Il romanzo fa vedere quanto la vulnerabilità sia distribuita in modo diseguale, ma anche quanto sia una condizione comune. La malattia isola, ma rivela anche la rete fragile dei legami. Chi può permettersi di scegliere, chi ha una casa, chi ha qualcuno accanto, chi può parlare apertamente della propria fine, tutto questo conta. Nunez non insiste in modo didascalico su queste differenze, ma le lascia emergere dalla situazione, e forse per questo si sentono ancora di più.

Mi ha colpita anche il modo in cui il libro racconta l’amicizia tra donne mature. Non c’è sentimentalismo facile. Non c’è una sorellanza idealizzata. Ci sono affetto, distanza, memoria, disagio, tenerezza, stanchezza, responsabilità. È una relazione adulta, quindi piena di zone opache. E proprio per questo mi è sembrata vera.

Punti positivi

Il punto più forte del romanzo, per me, è la delicatezza con cui affronta un tema difficilissimo. Nunez parla della morte senza renderla spettacolare. La avvicina lentamente, attraverso gesti quotidiani, conversazioni, pensieri che arrivano e se ne vanno.

Ho apprezzato molto anche la voce della narratrice. È colta, ironica, malinconica, a volte persino secca, ma sempre attraversata da una forma di attenzione agli altri. Mi sono sentita accompagnata da una coscienza vigile, capace di guardare il dolore senza semplificarlo.

Un altro punto positivo è il modo in cui il libro tiene insieme leggerezza e gravità. Ci sono pagine dolorose, ma anche momenti di umorismo, osservazioni acute, piccoli scarti quotidiani. Questa miscela mi sembra molto fedele alla vita, perché anche nei periodi più difficili continuiamo a notare dettagli assurdi, a ricordare cose inutili, a sorridere per qualcosa che non cancella niente ma ci fa respirare.

Punti negativi

Il romanzo può risultare frammentario per chi cerca una narrazione più compatta. Come spesso accade in Nunez, la storia procede per digressioni, pensieri, incontri e associazioni. A me questa forma piace molto, ma capisco che possa dare la sensazione di una trama che ogni tanto si disperde.

In alcuni momenti avrei voluto restare più a lungo dentro il rapporto tra le due donne. Le riflessioni della narratrice sono bellissime, ma a volte mi sono accorta di desiderare ancora più scene condivise, più corpo, più quotidianità tra loro. Forse perché il nucleo emotivo del libro è così forte che viene voglia di abitarlo con più lentezza.

La mia esperienza di lettura

Leggere Attraverso la vita mi ha fatta sentire dentro una domanda molto semplice e molto difficile, che cosa significa accompagnare qualcuno. Non curare, non salvare, non spiegare. Accompagnare. Stare accanto quando l’altra persona ha già preso una decisione che ci spaventa, e provare a rispettarla senza smettere di sentirne tutto il peso.

Mi sono sentita colpita soprattutto dalla calma del libro. Non una calma fredda, ma una calma conquistata frase dopo frase, come se Nunez sapesse che davanti alla morte bisogna abbassare un po’ la voce per ascoltare meglio. Questa lettura mi ha lasciata in uno stato strano, triste ma non schiacciata, commossa ma non manipolata.

Alla fine, Attraverso la vita mi è sembrato uno dei libri più delicati di Sigrid Nunez, forse anche uno dei più coraggiosi. Perché parlare della morte con intelligenza è già difficile, ma parlarne lasciando spazio all’ironia, alla tenerezza, all’ambiguità e alla libertà dell’altra persona richiede una misura rara. Da lettrice, ho sentito che il libro non cercava di consolarmi. Mi chiedeva qualcosa di più adulto, cioè restare nella complessità, accettare che la fine faccia parte della vita e che, a volte, l’amore consista nel camminare accanto a qualcuno fino al punto in cui non possiamo più seguirlo.

Lascia un commento

In voga